19 gennaio 2006

A qualcuno piace [il caffè Lavazza] caldo

di Ferdi Carcavallo
Ladri di saponetteSecondo voi è peggio un film interrotto per uno o più spot pubblicitari o un film contaminato dagli sponsor?
Onestamente non saprei. Forse è peggio la seconda.
Almeno l'interruzione pubblicitaria in qualche modo l'avevamo accettata e faceva parte del gioco della televisione commerciale. E poi, soprattutto, era evitabile. Bastava che invece di vedere un film alla televisione lo si noleggiava, ci si abbonava ad una Pay TV o - al limite, faccio per dire - in ultima analisi si poteva anche andare a cinema, e si evitava di essere sballottolati di tanto in tanto fuori della magia della finzione cinematografica.
Ma oggi, con la liberalizzazione di quello cha chiamano product placement, la pubblicità non è più una parentesi che si apre e si chiude ad intervalli più o meno regolari durante il film, ma ne diventa parte integrante, contaminandola come una droga.
Da un momento all'altro ci troveremo a scoprire che parole, sguardi, inquadrature del film che guardiamo sono lontane dalla mente del regista e ma molto vicine alle tasche dei produttori. Accadeva anche prima, ma in maniera carbonara spingendogli autori a cercare scappatoie anche geniali per compiacere gli sponsor, mentre oggi assissteremo (temo) a veri e propri spot di un paio d'ore.
Vivremo situazioni che fino a ieri sembravano paradossali, come in Ladri di Saponette di Maurizio Nichetti in cui i personaggi degli spot invadevano un film neorealista portando lo scompiglio in una povera famiglia del dopoguerra.
Si diceva che erano internet e il P2P ad aver ucciso il cinema. Mi sa che il caso è da riaprire...


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17 gennaio 2006

I film su Capitan America (Re)

di Ferdi Carcavallo

Il serial TV di Capitan America

Capitan America è uno dei supereroi americani più vecchi. Nasce nel 1941 ad opera di Joe Simon e del disegnatore Jack Kirby per la casa editrice Timely prima che questa diventi la Marvel. Dato il momento storico particolare (la seconda guerra mondiale) Capitan America diviene ben presto un simbolo della libertà, nemico giurato di nazisti e comunisti.

Il personaggio viene poi ripreso da Stan Lee, sempre con Jack Kirby, negli anni sessanta, che lo porta alla stregua dei supereroi moderni della Marvel Comics. Nella saga Mavel Capitan America viene ritrovato ibernato dopo venti anni da Namor (Sub Mariner) che lo consegna ai Vendicatori.

Il film di Rob Holcomb - www.steveenglehart.comIn tanti anni Cap ha avuto una serie televisiva, cartoni animati e diversi film, l’ultimo dei quali un B-movie del 1992 diretto da Albert Pyun e odiato dai fan del fumetto, in cui compariva anche una giovanissima Francesca Neri. La storia del film partiva dall'Italia durante la Seconda Guerra mondiale, in cui un ragazzo italiano molto dotato intellettivamente veniva sottoposto ad esperimenti del nazisti per potenziare le sue capacità. L'esperimento raggiungeva il suo scopo rendendo il piccolo fortissimo e intelligentissimo ma lo rendeva un mostro rosso senza pelle e con un indole malvaia che da adulto diventava il terribile Red Skull (Il teschio Rosso).


Il film di Albert Pyun - www.tegneseriemuseet.dk Per quanto non all’altezza dei film fantastici della Marvel ai quali siamo abituati oggi, il film di Pyun era abbastanza curato almeno nella fedeltà al fumetto, nel costume e nello scudo del supereroe e nel trucco di Teschio Rosso. E può essere addirittura considerato un buon film se lo si paragona al precedente di Rob Holcomb (regista di fiction tra cui E.R.) del 1979 dove il leggendario eroe altri non era che un centauro palestrato e burino vestito in maniera ridicola con uno scudo in plexiglass utile più come pirofila che come arma. Negli ultimi anni si è parlato più volte di un ritorno di Capitan America al cinema, prima interpretato da Val Kimmer, ora invece sembrano essere più certi i nomi di Brad Pitt, nel ruolo di Cap e Anthony Hopkins in quello di Red Skull. Su IMDB è fissato per il 2007 la produzione del film, ma senza indicazione di cast. Probabilmente, però, per quel periodo il boom dei supereroi al cinema sarà superato, e il povero Capitan America sarà ancora una volta ibernato.



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Iron Man: L'uomo di ferro della Marvel

La storia di questo Super Eroe Marvel, nato anche lui dalla fantasia di Stan Lee nel 1963, è davvero particolare. Il miliardario americano Tony Stark a causa dello scoppio di una mina in una fabbrica di armi in Vietnam, è condannato a vivere solo pochi mesi ma essendo uno dei più grandi ingegneri meccanici al mondo si costruisce una armatura di ferro che gli consente di tenere in vita il suo cuore. Tale armatura, oltre a tenerlo in vita, gli dà anche dei poteri particolari, come il volo, i raggi repulsori e la forza eccezionale. Il povero Stark, per quanto potentissimo, non può però togliersi l'armatura, a parte il casco e i guanti, pena la morte.Quindi decide di assumere l'identità di IRON MAN e spacciarsi come la guardia del corpo di Tony Stark.
Questa bene o male la storia del personaggio dei fumetti che l'estate del 2007 dovrebbe approdare al cinema seguendo i colleghi della Marvel Spiderman, Hulk, Daredevil, Elektra, Fantastici 4 e X-Men.
La regia del film sarà affidata a Nick Cassavetes, figlio del celebrato regista-autore John Cassavetes e dell'attrice Gena Rowland, mentre la sceneggiatura sarà di David Hayter, Alfred Gough e Miles Millar.

Cassavetes ha alle spalle film con budget limitati come John Q e The Notebook, e per la prima volta si troverà a dirigere un film con un budget cospicuo e numerosi effetti speciali, cosi come per la maggior parte dei film tratti da fumetti.
Riguardo al casting, inizialmente si era parlato di Tom Cruise nella parte di Tony Stark, ma una volta che il divo americano ha dichiarato la sua estraneità al progetto più niente è stato diffuso dalla Angry Films. La rivista americana
Wizard, specializzata in comics, ipotizza però un casting in cui Oded Fehr (The Mummy, Resident Evil:The Apocalypse) interpreta Tony Stark mentre Dolph Lundgren è Crimson Dynamo.


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13 gennaio 2006

PACS. L’unione che mancava.

di Mamoru Chiba
Forse nella giornata più piovosa delle feste di fine anno, ho visto nell’unica sala napoletana che lo proiettava (ma ancora oggi resiste) il film dello spagnolo Gomez Pereira, Reinas. Sottotitolo italiano: il matrimonio che mancava.
E’ vero le storie che si intrecciano hanno sullo sfondo il primo matrimonio gay nella Spagna di Zapatero, ma questo è solo un pretesto per parlare delle vere protagoniste del film, le Regine del titolo, che non sono delle drag-queen come qualcuno potrebbe pensare ma le madri di alcuni promessi sposi.
La commedia scivola via leggera con un tono tra la commedia sofisticata e patinata americana e crisi di nervi all’Almodovar, e tra le mamme degli sposi ci sono le sempre brave Carmen Maura e Marisa Paredes impegnate in personali “conflitti di classe”.
Ho saputo successivamente che il film è stato distribuito in Italia con il divieto ai minori di 14 anni. Tra le motivazioni della censura ci sarebbero la tematica ed una scena di sesso ritenuta troppo esplicita. Io mi sono scervellato a ricordare quale potesse essere, ma non mi sono dato una risposta. E forse è sicuramente lecita la domanda del distributore, Andrea Occhipinti (che compare anche in un cameo del film): “Perchè in questo Paese non sono vietati ai minori film volgari e violenti mentre quando si tratta di omosessualità arrivano le censure?". Intanto domani si svolgerà a Roma una manifestazione a favore dei PACS e magari in futuro si gireranno anche in Italia film con sullo sfondo unioni civili, etero o gay che siano.


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11 gennaio 2006

The passion of the Clerks

Ecco, questo è proprio un sequel che non mi sarei aspettato. Ed è anche un sequel che mi interessa moltissimo. Si tratta proprio del seguito di Clerks, il film indipendente che segnò l'esordio alla regia di Kevin Smith del 1994.
Girato con mezzi e capacità quasi dilettantesche ma con tanto talento da diventare fenomeno e avviare Kevin Smith alla conquista di Hollywood, Clerks, assieme al quasi contemporaneo Le Iene, gettava le fondamenta di una nuova cinematografia metropolitana, basata sull'esagerazione e il paradosso nei dialoghi piuttosto che sull'impatto visivo.
Oggi questo modo di fare cinema è già un ricordo, avendone prese le distanze gli stessi fondatori (Tarantino e Smith, appunto), per cui sembra alquanto singolare che Smith si sia deciso a dare ancora voce ai commessi svogliati del New Jersey. I protagonisti sono sempre Dante e Randall, un po' invecchiati e impiegati in un fast-food, ma ancora perseguitati da Jay e Silent Bob e la loro particolarissima filosofia di vita allucinata ma spesso illuminante.
Curioso il teaser con la musica de La passione di Cristo già citato nel titolo del sequel.


Kevin Smith, Clerks

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The demon barber


Johnny Depp e Tim Burton ancora insieme per girare un horror, e stavolta non è animato e nemmeno un remake di un classico Hollywoodiano. La storia pero' è molto nota, almeno nella cultura anglosassone.
Uno di quei personaggi tipo Jack lo squartatore, a metà strada tra mito e realtà, Sweeney Todd è un barbiere che in piena epoca vittoriana pratica lo sgozzamento dei propri clienti per poi preparare dei gustosi pasticci di carne assieme all'amata consorte.
La storia macabra e l'ambientazione gotica dell'Inghilterra del XIX secolo sembrano andare a pennello con lo stile burtoniano, anche se inizialmente il progetto doveva essere portato avanti da Sam Mendes.

La notizia comunque non è ancora ufficiale ed è stata diffusa da
Bloody Disgusting (ma a KinemaZOne è arrivata via Ignelzi e Horror Magazine).


Tim Burton, Johnny Depp, Sweeney Todd

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09 gennaio 2006

Dance of the Dead (MOH #3)

di Ferdi Carcavallo

Tobe Hooper è un regista che ha trattato tutti i sottogeneri dell'horror, inventando sia il filone splatter con quel capolavoro del genere che è Non aprite quella porta che quello tecnologico con Poltergeist.
Quindi, dal suo intervento in Masters of Horror, non ci si poteva che aspettare qualcosa di originale, o almeno di insolito. Ed infatti, in questo Dance of the Dead, Hooper dà il suo tocco personale presentandoci una storia fatta di violenza, necrofilia e profanazioni varie.
In un 2008 post terza guerra mondiale, i giovani sbandati di una provincia americana contrabbandano sangue rubato per conto di un diabolico proprietario di un locale (Robert Englund) che definire equivoco è un eufemismo dove ha luogo uno spettacolo di danza molto singolare. In questo contesto si inserisce la storia familiare di una ragazzina orfana e della madre. Dire di più sarebbe svelare troppo.
Quello di Hooper è horror al 100%, irriverente, scorretto e blasfemo quanto basta a non offendere più di tanto le coscienze degli spettatori e contemporaneamente a sfuggire al "taralluccievinesimo" che incombe sempre sulle produzioni blockbuster.

Masters of horror, Tobe Hooper, Robert Englund

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07 gennaio 2006

Homecoming (MOH #6)

di Ferdi Carcavallo

Sono attivisti, pacifisti e politicamente impegnati gli zombi di Joe Dante protagonisti di Homecoming, l’episodio numero 6 della serie televisiva americana Masters of Horror. Escono dalle tombe non per cibarsi di carne viva diffondendo la maledizione dei non morti, bensì per esercitare ancora una volta il diritto di voto, unico modo per trovare la pace eterna.
La trama del minifilm di Dante è tutta qui, semplice, suggestiva e molto, ma molto poco politically correct: i soldati americani vittime di una guerra preventiva contro un paese del medio oriente accusato falsamente dal governo USA di possedere armi nucleari tornano come zombi per fare propaganda politica contro la ri-elezione del presidente USA che ha voluto il conflitto. La fine è quanto di più realistico si possa immaginare, per quanto più terribile di qualsiasi trama horror, ma con un messaggio di speranza.

In effetti, a ben vedere, il personaggio dello Zombie è sempre stato oggetto di metafore politiche, da Ragona fino all'ultimo Romero (La terra dei morti viventi) in cui i morti viventi si coalizzano per attaccare e sterminare la città bunker dei ricchi e potenti vivi che li detengono in una sorta di apartheid. Dante ha avuto il coraggio di andare al di là della metafora generalista fino a calare i suoi non-morti in una realtà politica che per quanto attuale sembra davvero frutto delle elucubrazioni fantapolitiche di uno scrittore horror.
Il risultato è un
messaggio politico molto efficace in quanto superamento del confine del cinema militante di film-documentari alla Michael Moore.
Dubito che sia possibile vederlo a breve in Italia, come per gli altri episodi della serie.

Masters of horror, Joe Dante, Zombie

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06 gennaio 2006

Jenifer (MOH #4)

di Ferdi Carcavallo

Il desiderio che lo "spettacolo" termini nel minor tempo possibile vi comincia a nascere dopo i primi 5 minuti del minifilm di Dario Argento, episodio numero 4 della serie Masters of Horror. Fino a quel momento, probabilmente, l'unica sensazione che avertite è il compiacimento di vedere dopo tanti anni un film di Dario Argento che sia recitato (anche se in inglese non importa), che abbia una trama e, soprattutto, che faccia spavento. Ma lo spavento dovuto alle prime apparizioni della protagonista, la diabolica ragazza bionda orrendamente sfigurata, antropofaga e ninfomane, ben presto diventa un mero ricordo, in quanto tutta la tensione del resto del film è incentrata sui pasti cannibali e sulle macabri performances sessuali della giovane Jennifer rappresentate da Argento in un tripudio di budella, carcasse e sangue spruzzato ovunque di uomini, donne, gatti e bambini. ben presto, però, la crudezza delle immagini sublima dal grottesco al ridicolo, caratteristica tipica dei film di Dario Argento che tuttavia lo salva dalle citazioni in tribunale.
Il personaggio di Jenifer nasce in una serie a fumetti di Bruce Jones e Bernie Wrightson pubblicata sulla collana americana Creepy che già sulle tavole era poco digeribile. Probabilmente, almeno dal punto di vista del gusto, il minifilm di Dario Argento è il gradino più basso della serie (ma non ho ancora visto tutti gli episodi). Difficilmente qualche altro maestro dell'horror è riuscito a coniugare atrocità e noia in poco più di 50 minuti di fiction.

Per quanto sia fastidiosa e terrificante l'esperienza della visione di Jenifer, dobbiamo tuttavia ammettere che è una delle cose migliori che ha realizzato Dario Argento negli ultimi dieci anni.

Masters of horror, Dario Argento, Jenifer, Bruce Jones

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05 gennaio 2006

Dreams in the Witch House (MOH #2)

di Ferdi Carcavallo

Il regista culto Stuart Gordon, autore di classici dell'horror anni '80 come Re-animator e Dolls, torna a mettere in scena un racconto di H.P. Lovecraft quattro anni dopo Dagon per il secondo episodio di Masters of Horror. Il titolo del minifilm della serie è Dreams in the Witch House e mentre è quasi inavvertibile la penna dello scrittore americano, in molte sequenze la macchina da presa di Gordon è molto riconoscibile.
La trama? Un giovane studente trova una sistemazione in una casa in cui è ben presto perseguitato da una strega ed un ratto dal volto umano che comparendogli in sogno lo spingono a sottoscrivere diabolici patti. E' il terzo episodio che vedo della serie MOH (dopo Jenifer di Dario Argento e Homecoming di Joe Dante) e devo ancora una volta confermare che si tratta davvero di un progetto di qualità. Se da un lato l'episodio di Gordon risulta nella sostanza più banale (o forse potremmo dire classico) di quello di Dante, sicuramente è meno disturbante (termine caro al mitico Ignelzi) di quello del "giovine e promettente" regista italiano.

Quello che magiormente si apprezza in Dreams in the Witch House è la capacità di Gordon di creare la giusta atmosfera in bilico tra realtà e sogno, che è poi il vero incubo del protagonista della storia ma che alla fine inquieta anche lo spettatore. Evito di parlare del finale non perchè ci sia un colpo di scena particolare, ma perchè è così abilmente costruito in modo da rendere sottile la soglia tra razionalità e suggestione che rischierei di minare all'obbiettivo stesso del racconto.

Masters of Horror, Stuart Gordon, Lovecraft

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