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11 settembre 2024

Recensione: Beetlejuice Beetlejuice, di Tim Burton ★★★★☆

 


C’è sempre un po’ di scetticismo quando vai a vedere un sequel, soprattutto se si tratta del sequel di un film cult che arriva dopo più di trent’anni. E ancor di più quando il regista è Tim Burton, che ai tempi del primo film era innovativo e geniale, creatore di un universo cinematografico che ci ha regalato veri e propri capolavori.

Il fascino del primo “Beetlejuice” era prima di tutto estetico. Gli effetti speciali, già all’epoca vintage, e il ricorso all’animazione stop motion (che Burton riporterà in auge con i bellissimi “Nightmare Before Christmas” e “La sposa cadavere”) sembravano difficili da integrare nel cinema moderno fatto di computer graphic e animazione 3D. Invece, il nuovo “Beetlejuice Beetlejuice” è riuscito a stupire anche da questo punto di vista. Forse la CGI è stata usata, ma sicuramente non ha tolto nulla al fascino delle immagini.

Il nuovo episodio dello spiritello porcello, con il cast ritrovato (per quanto possibile) e rinnovato, è una nuova medaglia sul petto del regista californiano. Michael Keaton torna nel ruolo di Beetlejuice, affiancato da Winona Ryder nei panni di Lydia Deetz e Catherine O’Hara come Delia Deetz. Tra le nuove aggiunte al cast, spicca Jenna Ortega nel ruolo di Astrid Deetz, la figlia adolescente di Lydia. La presenza di Monica Bellucci nel ruolo di Delores, Willem Dafoe come Jackson e il cameo di Danny De Vito aggiungono ulteriore fascino al film.

La trama riprende trentasei anni dopo gli eventi del primo film. Lydia Deetz, ormai adulta e conduttrice di successo di un programma televisivo sul paranormale, tenta di riallacciare i rapporti con sua figlia Astrid, allontanatasi dalla madre dopo la traumatica scomparsa del padre. La famiglia Deetz torna nella storica casa di Winter River, ancora infestata da Beetlejuice, e si trova ad affrontare nuove avventure soprannaturali.

Un film divertente, spettacolare, senza tempi morti e grondante di passione per il cinema (anche italiano, con i numerosi riferimenti a Mario Bava). Tim Burton dimostra ancora una volta di essere un maestro nel creare mondi fantastici e affascinanti.

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05 settembre 2024

Recensione: Falla girare 2 - Offline, di Gianpaolo Morelli ★☆☆☆☆


C'è un limite a tutto. Posso anche accettare di abbassare le aspettative e lasciarmi andare alla visione di un prodotto leggero e poco impegnativo (stile Amazon Prime), ma restando comunque entro certi limiti. Con "Falla girare 2 - Offline", scritto e diretto da Gianpaolo Morelli, l'esperienza è stata insopportabile. Confesso, sto qui a scrivere una recensione, ma ho interrotto la visione del film dopo appena venti minuti.


Il primo film di Morelli, "Sette ore per farti innamorare" del 2020, con un cast in gran parte simile, era riuscito davvero bene. Una rom-com in salsa napoletana, garbata e divertente, senza eccessi e decisamente gradevole. Il successivo, "Falla girare", uscito su Amazon Prime nel 2022, non mi ha divertito molto, ma almeno partiva da un'idea originale: la scomparsa improvvisa della marijuana dal mondo. Un concept che offriva degli spunti interessanti, anche se non del tutto sviluppati.

Con "Falla girare 2" ci ritroviamo invece nella farsa più becera. Il plot (la scomparsa di internet) non brilla per originalità, riprendendo temi e situazioni già viste (vedi "Il migliore dei mondi" di Maccio Capatonda), e il livello della recitazione e dei dialoghi sembra quello di una recita scolastica. Non basta, anzi peggiora le cose, la presenza di Christopher Lambert, che sembra fuori posto, e i due Jackal, che purtroppo appaiono molto sottotono, completano il disastro.

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Recensione: Trap, di M. Night Shyamalan ★★☆☆☆


M. Night Shyamalan firma un thriller atipico, quasi irriconoscibile rispetto alle sue opere precedenti, sia per la regia che per la trama.
"Trap" non mostra le caratteristiche distintive che hanno reso celebre il regista di film come Il sesto senso, The Visit e il recente Bussano alla porta. L'unico elemento che ci ricorda la mano di Shyamalan è la presenza forzata della figlia Saleka, che ci fa sospettare che il vero scopo del film sia quello di promuovere la carriera musicale della giovane popstar.

La trama è quella di un classico thriller su un serial killer e la caccia orchestrata dall'FBI per catturarlo, ma qui è dove iniziano i problemi. La sceneggiatura è costellata di buchi narrativi, con personaggi che agiscono in maniera inspiegabile e decisioni ovvie che vengono inspiegabilmente omesse. La stessa figura del serial killer è accennata con superficialità quasi irritante. Infine, non solo manca il consueto colpo di scena finale, ma sembra che il "twist" sia proprio la totale assenza di qualcosa di sconvolgente o rivelatorio.

L'ultima scena suggerisce la volontà di creare un sequel, una prospettiva che ci auguriamo non si concretizzi, lasciando Shyamalan libero di tornare a progetti più ambiziosi e meglio riusciti.

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27 luglio 2021

Recensione: Blood Red Sky, di Peter Thorwarth ★★☆☆☆


I vampiri tedeschi hanno una antica tradizione nel cinema che va dal capolavoro di Murnau del 1922 (Nosferatu il vampiro) fino a questo "Blood Red Sky", che capolavoro non è, in cui si mettono in pentola diversi ingredienti. Il terrorismo, la maternità, la finanza, il razzismo e, volendo, anche il citazionismo.

Il gioco è quello di un vampiro buono che si ritrova ostaggio di (falsi) terroristi e comincia a infettare l'intero equipaggio e i passeggeri, compresi i dirottatori.

Si tratta di vampiri senza ironia, che ricordano quelli di "Dal tramonto all'alba" ma per nulla grotteschi. 

Il gioco claustrofobico è reso sicuramente bene ma la trama sembra quella di un episodio minore de "Ai confini della realtà".

Noiosetto in alcuni punti e con un finale annunciato già dalle prime scene che forse si poteva evitare, come anche i flashback della storia del contagio della mamma vampiro molto superficiale.

Inverosimile dal punto di vista tecnico, ma questo in un horror vampiresco è senz'altro accettabile, e banalotto nel totale, "Red Blood Sky" è un classico film televisivo senza grosse pretese. 

Evitabile ma non dannoso. Niente di nuovo, siamo sul mediocre.

Tra gli attori apprezzabile giusto la protagonista Peri Baumeister.

Su Netflix dal 25 luglio.

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15 luglio 2021

Recensione: La guerra di domani, di Chris McKay ★☆☆☆☆


Di solito qui evitiamo di scrivere recensioni su film che non ci sono piaciuti attribuendo la circostanza ad un errore di scelta più che alla scarsa qualità del film. Ma dopo quasi due ore di gente che spara a bestiacce carnivore sullo sfondo si uno scenario apocalittico da videogioco anni '90, sopportate solo nella speranza di un finale che restituisse un senso al sacrificio, qualcosa devo dire se non altro per mettere in guardia chi come me cercava un moderno film di fantascienza. 
"La guerra di domani" è uno sci-fi che di scientifico ha poco o nulla, una storia di viaggi nel tempo forse delle più cialtrone viste nei mainstream americani. 
Un'invasione aliena mette in ginocchio l'umanità in un futuro non remoto (30 anni) e la generazione matura pensa bene di correre nel passato a chiedere aiuto a mamma e papà. Da dove arrivino questi alieni (per nulla evoluti) non è tanto chiaro. Alla fine del film una mezza spiegazione viene data ma in maniera molto veloce, approfittando di un intervallo brevissimo tra una ennesima sparatoria e una sanguinosa scazzottata tra uomni e alieni. 
Il tutto, dalla regia all'uso spasmodico della colonna sonora, agli effetti sonori, allle frasi ad effetto, ripertano ai "bei tempi" dei (peggiori) action movie di Michael Bay dei primi anni '00.
Nel cast il divo marveliano Chris Pratt (solitamente simpatico ma qui uno stoccafisso) e l'australiana Yvonne Strahovski (bellissima interprete di Serena ne "Il racconto dell'ancella") e un J.K. Simmons pompato all'inverosimile.
Nessun motivo per guardarlo. 
Al cinema sarebbe stato un flop assurdo, mentre pare che su Amazon Prime stia riscuotendo un inspiegabile successo. 
De gustibus non est sputazzella.
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08 luglio 2021

"Ballo ballo (Explota Explota)" il musicarello spagnolo dedicato a Raffaella Carrà su Amazon Prime ★★★★☆


Nell'attesa della fiction-coccodrillo che inevitabilmente produrrà una televisione generalista, in cui probabilmente ci verrà proposta la storia della ragazza Raffaella Pelloni che dalla provincia romagnola arriva a diventare una star amata in tutto il mondo lottando contro pregiudizi e rinunciando all'amore, oggi possiamo rievocare il mito di Raffaella Carrà guardando un recente film spagnolo intitolato "Ballo ballo".

Si tratta di un vero e proprio musicarello, come quelli realizzati negli anni '60/'70 con protagonisti cantanti di grido con storie semplici per lo più basati su conflitti generazionali e storie d'amore a lieto fine.

"Ballo ballo" (in originale "Explota explota") non è infatti una biopic sulla grande Raffaella, ma un musical con le più celebri canzoni della cantante italiana che racconta l'emancipazione dei costumi della televisione spagnola negli anni '70, la fine del bigottismo televisivo che arriva grazie al coraggio di una ballerina che richiama la rivoluzione che Raffaella Carrà portò nella televisione italiana con i suoi abiti succinti, il famoso ombelico e i testi delle popolarissime canzoni che parlavano di come sia bello fare l'amore con chi hai voglia tu, con tanti auguri a chi di amanti ne ha più di uno.

Ballo ballo è stato prodotto dalla televisione spagnola RTVE in collaborazione con Rai Cinema, diretto da Nacho Álvarez e interpretato da Ingrid García-Jonsson, Verónica Echegui, Fernando Guallar e Giuseppe Maggio.

Una piccola produzione che rende omaggio ad un'artista nel modo migliore, ossia ricreando sullo schermo l'atmosfera festosa, sensuale e colorata delle sue canzoni.

Raccomandata la visione in lingua spagnola con sottotitoli, sia perché i musical doppiati sono un controsenso e sia perché le versioni italiane delle canzoni in molti casi non hanno nulla a che fare con la storia. E' il caso della scena in cui i protagonisti cantano "Tanti auguri" che in spagnolo recita "Se vuoi far bene l'amore devi venire al sud" e in Italiano "Come è bello far l'amore da Trieste in giù", dove il senso è lo stesso ma magari a Madrid avrebbero scelto un riferimento diverso dal capoluogo friulanooppure la celebre "Rumore" che in spagnolo è "Rumores", letteralmente malelingue. 

"Ballo Ballo" è in streaming su Amazon Prime Video



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05 luglio 2021

Recensione: Generazione 56K, di Francesco Ebbasta ★★★★☆


Con Generazione 56K Francesco Ebbasta (aka Capaldo), mente creativa dei TheJackal, torna a rivolgersi al pubblico adulto che li ha sostenuti per primo, ai tempi delle loro prime video-sperimentazioni su web. Un pubblico che rimase affascinato dalla padronanza con cui i cinque ragazzi napoletani (allora oltre a Francesco, Ciro, Simone e Alfredo c'era anche Mariano) manipolavano la cultura cinematografica creando mashup e parodie che ancora oggi restano tra le migliori viste su internet (vedi Il camorrista nel pallone, 30 denari - la vera storia della Pasqua). 
Diventati in poco tempo padroni assoluti della videoviralità social e maestri del product placement, i Jackal hanno successivamente (da Gli effetti di Gomorra sulla gente in poi) preso una strada diversa, mirata a compiacere un pubblico più numeroso, più giovane ma con meno pretese, come evidente nella loro partecipazione a LOL affianco al terribile Pintus e i commenti alle partite dell’Europeo. 
Ora però, con questa serie di otto episodi su Netflix dal 1 luglio, Francesco cambia completamente registro. Generazione 56K è una serie matura, scritta bene, leggera e divertente ma intensa e spesso emozionante, un giusto equilibrio tra rom-com e commedia nostalgica. Si evita accuratamente di entrare nel provincialismo o nell’iconografia del sud, pur essendo tutta la storia molto localizzata (tra Napoli e Procida) offrendo un affresco di circa 20 anni molto veritiero. 
Francesco Ebbasta è lo show runner e ha scritto e diretto i primi quattro episodi, quelli più briosi, lasciando la direzione degli altri a Alessio Maria Federici (Uno di famiglia, Terapia di coppia per amanti). 
I due Jackal Gianluca Fru e Fabio Balsamo sono misurati e molto affiatati, così come convincente è il protagonista maschile Angelo Spagnoletti, mentre una menzione speciale va alle due attrici Cristina Cappelli e Claudia Tranchese davvero eccezionali.
Cattleya, già partner cinematografica di Franceaco Ebbasta per "Addio fottuti musi verdi" stavolta ha vinto la scommessa supportando il regista nella creazione di qualcosa di davvero particolare.
Una serie comedy italiana che si inserisce senza goffagine tra le modern comedy internazionali, con in più (lasciatemelo dire) una location da fare invidia a tutti. Anche alla Pixar di “Luca”.
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22 giugno 2021

Recensione: Mandibules, di Quentin Dupieux ★★★★☆


Alcuni Francesi sanno essere anche simpatici. Quentin Dupieux (aka Mr. Oizo) è uno di questi e con "Mandibules", film all'apparenza semplice ed essenziale ma che ha dietro un grande lavoro sia di scrittura che di mise-en-scene, ci regala una commedia surreale divertente e pacata che davvero non mi aspettavo.

Manu e Jean-Gab, due amici tonti e squattrinati, trovano nel bagagliaio di in un'auto rubata una mosca gigantesca, delle dimensioni di un grosso maiale ed hanno la brillante idea di addomesticarla per poi utilizzarla come cane da riporto per dei furtarelli. Ma l'ingombrante insetto è solo un mac-guffin che porta suo malgrado i due protagonisti in situazioni bizzarre e al limite del parossistico in un susseguirsi di eventi che ricordano le atmosfere de "Il Grande Lebowski", film che sicuramente ha ispirato Dupieux.

Le vicende che attraversano Manu e Jean-Gab sono però solo apparentemente surreali. I due caratteri dei protagonisti sono in fondo molto reali. La loro voglia di arricchirsi standosene fermi ad aspettare che la mosca-drone porti loro quello che desiderano è imposta dalla società, ma ciò che vogliono davvero è non avere programmi o scadenze e vivere esattamente come vivono, senza cambiare una virgola della loro condizione. Una sorta di hippy del nuovo millennio.

Oltre ai due interpreti principali David Marsais e Grégoire Ludig, altri attori del film sono India Hair, Romeo Elvis e la bravissima Adèle Exarchopoulos (Palma d'Oro per "La vita di Adele") qui in un ruolo quasi comico, nella parte di una ragazza affetta da un disturbo che non le fa controllare la voce e la sua comparsa in scena risulta davvero esilarante (almeno nella versione in lingua originale).

P.S. Sempre più fastidiosi i titoli aggiuntivi italiani. Qui siamo a livelli di mancanza di rispetto per gli spettatori andando a parafrasare un vecchio film di Aldo, Giovanni e Giacomo per farci capire che di tratta di una commedia.




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21 giugno 2021

Recensione: Una donna promettente, di Emerald Fennel ★★★★☆



Un revenge-movie spietato che non risparmia colpi. La storia di una amicizia tra donne che porta una delle due a compiere un percorso di vendetta molto particolare che condurrà ad un epilogo abbastanza imprevedibile in quasi due ore di film durante le quali (alleluja!) è molto difficile ipotizzare il finale.

"Una donna promettente" è un film incentrato sicuramente sul dolore che tuttavia indugia davvero poco sulla spettacolarizzazione della violenza, se non in una scena abbastanza dura più per il peso che ha sulla storia che per le immagini.

Interpretato dalla sorprendente Carey Mulligan (Wildlife, Suffragette) e dal "geniale" performer Bo Burnham, il film è prodotto tra gli altri da Margot Robbie e diretto Emerald Fennel. Un cast tecnico e artistico in prevalenza femminile che manda un messaggio ben preciso agli uomini in maniera diretta e grintosa che ricorda la quarta stagione de "Il racconto dell'ancella". Sicuramente un film figlio del metoo, ma non di propaganda e con una sua dignità cinematografica. L'Oscar come migliore sceneggiatura originale, quindi, non sembra essere stato assegnato con intenti politici, come si sospettava. Il racconto, pur procedendo in maniera lineare e concentrato sulla sola protagonista, riesce a confondere e poi riprendere lo spettatore che scopre tutti i dettagli del "progetto" vendicativo di Cassandra, e le sue motivazioni, esattamente nell'ordine voluto.


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19 giugno 2021

Recensione: Luca, di Enrico Casarosa ★★★★☆




Rispetto ai Pixar storici, ma anche ai recenti "Inside Out" e "Soul", il film di Enrico Casarosa non possiede quella componente filosofica e introspettiva che rende il cinema di animazione apprezzabile anche da un pubblico maturo. E' fondamentalmente un bellissimo cartone per ragazzi, leggero e pulito con una morale di tendenza. 

L'Italia è la protagonista assoluta, anche negli evidenti ma non fastidiosi stereotipi e nei numerosi riferimenti al cinema italiano (divertente la foto di Mastroianni in "Divorzio all'Italiana" come santino sulla Vespa) e a "Pinocchio", anche se qui il distacco dalla casa paterna per conoscere il mondo affrontando tutte le inevitabili difficoltà fino a diventare bambino vero in "Luca" avviene in maniera molto meno tragica che nel libro di Carlo Collodi

Luca e Alberto sono allo stesso tempo sia Pinocchio e Lucignolo che il Gatto e la Volpe (a proposito, grande Edoardo!!), la fatina è una simpatica adolescente sfigata (termine che forse negli anni '50 però non era usato) e piuttosto che diventare lui per magia un vero bambino, il burattino/pesce Luca trova il modo di integrarsi in una società che lo considera un mostro.

Luca è quindi ancora un film che parla di inclusione, pur compiendo un passo in avanti stigmatizzato in una frase di un personaggio nel finale il cui senso è che in una società complessa come la nostra, così come in un piccolo borgo di pescatori, integrarsi non significa necessariamente abbattere i preconcetti ma essere in grado di riconoscere le persone pronte ad accettare le diversità, anche se molti continueranno a vederci come mostri.

Tecnicamente la ricostruzione degli ambienti e degli oggetti (la Vespa!) è eccezionale.
Più vicina ai lavori della Sony Picture Animation ("I Mitchell contro le macchine", "Piovono polpette!") che non ai precedenti Pixar, il tratto grafico di "Luca" non ricerca tanto la riproduzione della realtà e il rispetto delle leggi fisiche, piuttosto la bellezza dell'immagine. Per questo motivo l'effetto sullo spettatore dell'incredibile luce solare della riviera ligure che illumina la storia di Luca e il suo amico Alberto potrebbe dipendere molto dallo schermo sul quale guarda il film. E' ovvio che su un tablet di 10 pollici si vedrà un film diverso che su un Oled 4k HDR di 60 pollici. 

Il lavoro dei doppiatori italiani, da Alberto Vannini e Luca Tesei fino alle guest Saverio Raimondo (anche nella versione USA) , Luca Argentero, Marina Massironi etc. è stato eccezionale, ma inevitabilmente nella traduzione si perdono molte battute basate sull'italianità.

Qualcosa dentro di me, però, mi porta a pensare che il giudizio positivo su "Luca" possa essere influenzato dall'orgoglio italiano e dall'ambientazione in quell'Italia degli anni '50/60 che è stata location prediletta di molto cinema italiano dell'epoca d'oro. Ma cerco di far tacere quella voce. Silenzio, Bruno!
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15 giugno 2021

Recensione: Bliss, di Mike Cahill ★★★☆☆

 


Dopo sette anni da "I Origins", il regista autore Mike Cahill torna ad occuparsi del dramma fantascientifico con Bliss, film Amazon con Salma Hayek e Owen Wilson.

Più che Kieślowski, da sempre dichiarato tra i suoi ispiratori, in questo film sembra essere stato il francese Michel Gondry il modello del regista, soprattutto per le soluzioni visive con cui rappresenta l'andata e ritorno tra reale e virtuale che ricordano "Eternal Sunshine of the Spotless Mind".

Greg, un uomo provato da un recente divorzio e dipendente dagli psicofarmaci, incontra Isabel, una donna misteriosa che sembra avere dei particolari poteri di manipolazione della realtà che lei sostiene essere una illusione, una simulazione (tipo Matrix, per intenderci).

Abituati alla fantascienza annacquata prodotta dai nuovi giganti dell'intrattenimento in streaming, "Bliss" sia nella realizzazione che nella scrittura risulta una spanna sopra le altre recenti produzioni.

Una trama comunque portata avanti un po' con troppa lentezza, secondo chi scrive, in cui gli avvenimenti salienti occupano davvero una piccola parte dell'intera durata per far posto agli assoli dei due esclusivi protagonisti che, benché star apprezzate in tutto il mondo, non sono certo Mastroianni e Loren o Bogart e la Hepburn.

Interessante è però nel complesso il tema di fondo: per riuscire a vincere le difficoltà della vita reale è meglio una simulazione peggiorata con cui confrontarsi oppure rifugiarsi un una versione ideale della realtà?

Cahill non dà risposte ma invita a porsi la domanda. Funzione fondamentale del cinema.

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13 giugno 2021

Recensione: Chaos Walking, di Doug Liman ★★★☆☆



Dopo una storia produttiva molto travagliata, che parte dal 2016 passando di mano in mano da Robert Zemeckis fino a Charlie Kaufman"Chaos Walking" è finalmente arrivato su Amazon Prime. 
Diretto da Doug Liman (The Bourne Identity, Edge of Tomorrow) e scritto da Christopher Ford e lo stesso Patrick Ness, autore dei libri da cui è tratto il film, è stato completato nel 2018 ma poi, vista l'accoglienza fredda negli screening, rimontato e arricchito con nuove scene.
Alla fine però il film che ne è uscito non è male. Un dignitoso sci-fi con una trama intrigante. Certo qualche cosa sospesa qua e là salta all'occhio anche degli spettatori meno attenti, ma confidiamo nell'intenzione del riprendere le trame inconcluse in capitoli successivi.
La storia si svolge nel futuro su Mondo Nuovo, un pianeta in via di colonizzazione da parte dei terrestri in cui i pensieri dei maschi sono udibili da tutti. 
In seguito ad una guerra dei coloni di un insediamento del pianeta con le creature indigene tutte le donne sono state uccise. L'arrivo di una donna dalla terra potrerà alla luce dei misteri abbastanza inquietanti.
Al centro di tutta la trama c'è il "rumore", ossia il fenomeno per il quale i pensieri dei maschi vengono amplificati una sorta di aurea sulla quale si proiettano anche delle immagini e che non si manifesta nelle le donne. Questa situazione, nel conferire alle donne un grosso vantaggio, scatena anche una caccia alle streghe da parte di alcuni "fondamentalisti" maschi.
E' ovvio che una trama del genere si presti a molte speculazioni sociologiche e allegorie, ma nel film di Liman (non so nei romanzi originali) si resta abbastanza cauti prediligendo l'azione e la storia interiore del protagonista maschio che inevitabilmente si innamora dell'unica donna sulla faccia del pianeta.
Protagonisti del film sono Tom Holland (lo Spiderman dell'MCU) e Daisy Ridley (Star Wars VII, VIII, XIX) ma nel cast compare anche l'attore danese Mads Mikkelsen.
Il film è un'esclusiva Amazon Prime Video per l'Italia ma è stato prodotto dalla Lionsgate.
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10 giugno 2021

Recensione: The Father, di Florian Zeller ★★★☆☆


L'alzheimer rappresentato in tutta la sua crudezza, sul volto e sul corpo di un attore perfetto come Anthony Hopkins e sui sofferti sorrisi di Olivia Colman (The Crown, La favorita).

Anthony (Anthony Hopkins) ha 81 anni. Vive da solo nel suo appartamento londinese e rifiuta tutte le persone che sua figlia Anne (Olivia Colman) cerca di imporgli. Presto però Anne non potrà più andarlo a trovare tutti i giorni avendo preso la decisione di trasferirsi a Parigi con un uomo che ha appena conosciuto. La malattia di Anthony lo porta a non riconoscere più la figlia e confondere ricordi ed eventi recenti fino alla paranoia.

L'oscar a Hopkins per questa interpretazione è stato inevitabile. Il senso di confusione, disagio, panico e insofferenza portato dalla malattia è espresso in ogni centimetro del corpo dell'attore e in uno sguardo che riesce a trasmettere alla perfezione quello che succede nella mente di un uomo che vede il suo mondo disgregarsi, perdersi e naufragare.

Il film è l'adattamento di una piece teatrale dello stesso regista del film, Florian Zeller, ed infatti ha i tempi e i ritmi di una rappresentazione teatrale, con una regia minimale che si limita a seguire gli attori. 

Un film bello, di quelli da vedere in lingua originale (un bellissimo inglese british) in quanto la recitazione è il fulcro del film e nel vederlo con le voci omologate dei nostri bravissimi doppiatori ci troveremmo di fronte solo ad una storia non eccessivamente originale di un anziano signore che non ci sta più con la testa. 

Resta il mistero di perché nella distribuzione italiana la BIM abbia voluto aggiungere al titolo originale la frase "Nulla è come sembra" connotando il film di un alone mistery (se non grottesco) come se volesse alludere a un complotto. 

Pensavamo che i tempi di "Se mi lasci ti cancello" fossero ormai passati.

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07 giugno 2021

Recensione: Oxygène, di Alexandre Aja ★★☆☆☆


Oxygene è un fanta-thriller "claustrofobico-orizzontale" del regista francese Alexandre Aja

In un futuro imprecisato una giovane donna, Elizabeth Hansen, si risveglia all'interno di una capsula criogenica, ma a causa di un'amnesia non ricorda il motivo per cui si trovi lì. La situazione peggiora quando l'ossigeno inizia a esaurirsi ed Elizabeth per non morire dovrà scavare nella sua memoria e contemporaneamente cercare una via di fuga.

Non è certo un'idea originale quella del "sepolto vivo" - il più recente è stato "Buried" di Rodrigo Cortes del 2010 - ma per la specifica struttura di Oxygene, in cui la narrazione prosegue attraverso le conversazioni della protagonista con vari personaggi contattati tramite un assistente vocale tuttofare, dotato di schermo olografico e accesso alle banche dati di tutto l'universo e meno bastardo di HAL 9000, il film di Alexandre Aya ricorda più la serie "Calls" (Apple TV+), anche questa di produzione francese. 

Tutta la scena è quindi sul volto (bellissimo) di Melanie Laurent, attrice che da il meglio di se visto i suoi celebri primi piani in "Bastardi senza gloria" di Tarantino. 

Fantascienza non originale, quindi, con un piccolo accenno alla causa animalista (sperimentazione animale) che delude un po' nel finale che vorrebbe essere un colpo di scena ma in realtà abbastanza scontato. 

Il mistero che la protagonista deve risolvere nei pochi minuti di autonomia di ossigeno (chi è e dove si trova) si spiega già abbastanza nella prima metà del film e lo spettatore appena un po' smaliziato, o comunque frequentatore dello sci-fi, prosegue per intuizione senza intoppi. 

Un prodotto Netflix al 100%, rassicurante, economico e di buona fattura estetica ma non aspettatevi una pietra miliare in un genere nel quale è sempre più difficile lasciare il segno.

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01 giugno 2021

Recensione: Crudelia, la Lady Vendetta di casa Disney ★★★☆☆


Più che un prequel de "La carica dei 101", il nuovo film Disney è un reboot del personaggio di Crudelia De Mon (o Cruella De Vil) ripensato come una psicotica dark lady. 

Le origini di una delle villain più celebri del cinema di animazione somigliano molto a quelle di una classica principessa. Bambina sfortunata ma brillante, rimasta orfana ad opera di una avida nobildonna, trattata male praticamente da tutti con amici solo un bastardino e delle piccole canaglie, avrà la sua rivalsa non con l'aiuto di un principe azzurro ma grazie al suo disturbo dissociativo che la porterà a compiere la sua vendetta. Non tanto crudele a dire il vero.

Interpretato dalle due Emma più famose di Hollywood (la Stone e la Thompson), "Crudelia" è un film Disney molto atipico. 
Musicale quanto basta senza diventare un musical, con classici rock degli anni '70 e '80 in tutte le scene chiave, il film si aggiudica sin d'ora la nomination agli Oscar per i costumi che sono senz'altro l'elemento  migliore. 

Per il resto, trama, ritmo e recitazione, siamo a livelli buoni mentre gli effetti speciali non eccelsi lasciano un po' sgomenti visto che si tratta di un film Disney destinato alla proiezione in sala.

Disney riesce comunque ad uscire fuori dal cliché della favola meglio di quanto non sia stato fatto con Maleficent e sicuramente in maniera più interessante delle altre due umanizzazioni di Crudelia con Gleen Close (qui tra i produttori associati assieme alla Stone).

Molto ben caratterizzati i due "scagnozzi" della De Mon, Gaspare e Orazio, molto simili agli originali animati ma meno goffi e macchiettistici, interpretati da attori di livello come Joel Fry (visto in Yesterday di Danny Boyle) e Paul Walter Hauser (splendido protagonista di Richard Jewell di Clint Eastwood).

Il film è ancora in programmazione nelle sale ma già disponibile per lo streaming su Disney+.

Una curiosità: nella distribuzione italiana il titolo è Crudelia, come nella versione a cartoni del 1961,  ma nel film il personaggio è sempre chiamato con l'originale Cruella De Vil.

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31 maggio 2021

Recensione: Martin Eden, di Pietro Marcello ★★★★☆


Martin Eden, il film di Pietro Marcello del 2019, al suo esordio ha ricevuto molti riconoscimenti (una coppa Volpi al protagonista Luca Marinelli) riscuotendo clamorose approvazioni (Mereghetti sul Corriere, Morreale su Repubblica, Boille su L'Internazionale) ma altrettante autorevoli stroncature (uno su tutti Caprara su Il Mattino). Quindi è il classico film che divide la critica e che è necessario guardare per capire il motivo di tale diversità di reazione.

Piero Marcello ha adattato il romanzo di Jack London del 1909 portando la storia da San Francisco a Napoli e dall'inizio del secolo ad un non ben identificato dopoguerra, pur mantenendo i nomi originali dei protagonisti.

Come il romanzo, il film racconta il tentativo del giovane marinaio Martin - ambizioso ma privo di un'istruzione scolastica - di elevarsi culturalmente e socialmente attraverso letture e frequentazioni dell'alta borghesia e cercando l'affermazione come scrittore.

Quello che più è stato oggetto dei "rimproveri" della critica è stata la struttura della narrazione del film, considerata poco omogenea, divisa in episodi della vita del protagonista non ben collegati tra loro. Una serie di quadri scenici in cui ogni volta i personaggi sembrano reinventati, senza memoria.

Questi stessi elementi sono anche quelli che la critica favorevole ha considerato positivi, affascinanti e di grande impatto emotivo.

In realtà, quello che Pietro Marcello è riuscito a fare con il romanzo di London è davvero eccezionale. Un film molto curato da punto di vista estetico ambientato in una Napoli autentica seppur solo abbozzata, come un fondale di un'opera teatrale, tipo le commedie di Eduardo De Filippo che seppur ambientate in un preciso periodo storico ci risultano sempre attuali perché moderne sono le motivazioni che spingono i personaggi all'azione. La voglia di emancipazione di Martin, le sue contraddizioni, i suoi continui ripensamenti, l'altalenarsi tra individualismo e coscienza politica sono tipiche di qualsiasi periodo storico così come gli epiloghi a cui portano le lotte interiori.

Recitazione di alto livello sia del bravissimo Luca Marinelli (perfetto il suo Napoletano) che dell'inossidabile Carlo Cecchi e il sempre sorprendente Vincenzo Nemolato.

Spiazzante l'uso delle canzoni non originali (da Daniele Pace a Teresa de Sio) ma di grande effetto.

Il film è ora su Netflix.

 

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22 maggio 2021

Recensione: Le Streghe, di Robert Zemeckis ★★★☆☆


Per chi non lo ricordasse, Robert Zemeckis è uno dei più eclettici e innovativi registi degli ultimi 50 anni. Dall'inizio della sua carriera ha sfornato capolavori che coniugano perfettamente tecnica e contenuti, toccando praticamente tutti i generi cinematografici. La commedia nera de "La morte di fa bella", l'animazione di "Chi ha incastrato Roger Rabbit?", la fantascienza di "Ritorno al futuro" e "Contact", l'action avventuroso de "L'inseguimento della pietra verde", le grandi storie di "Forrest Gump" e "Castaway", il thriller de "Le verità nascoste" e altri titoli che rimarranno nella storia del cinema da fare invidia al suo amico Steven Spielberg.

Tutti titoli che hanno in comune la predilezione per gli effetti speciali, usati sempre con maestria, fino all'ultimo "Benvenuto a Marwen" del 2018. 

Anche nell'ultimo film "Le Streghe" trasmesso da Sky Cinema e ora disponibile su Now, gli effetti speciali e il CGI la fanno da padrone, e spesso ci viene in mente il macabro "La morte mi fa bella" e qualche atmosfera burtoniana ("La fabbrica del cioccolato").

Ma il problema di questo ventesimo lungometraggio di Zemeckis è che contrariamente a quanto traspare dal trailer, si tratta di un film per bambini. 

"Stuart Little" e "Alvin Superstar" potrebbero essere i riferimenti per il target.
La storia è una classica favoletta horror ed anche i dialoghi e i ritmi sono quelli di un film Disney prima maniera, se non fosse per la crudezza e mostruosità delle scene in cui compaiono le orribili streghe e le trasformazioni dei bambini in animali. Difficile pensare che un bambino riesca a dormire per le successive tre notti.

Anne Hataway è inquietante quanto basta per rendere la strega suprema credibile. Caratteristica delle streghe di Zemeckis, infatti, è la bocca grande che va da un orecchio all'altro e la bella attrice americana ha effettivamente un notevole sorriso anche senza effetti speciali.

Gli altri interpreti Stanley Tucci e Octavia Spencer caratterizzano al meglio i personaggi e si integrano bene nel contesto fiabesco.

Il ritmo è un po' lento e l'intreccio davvero molto semplice, ma non sarebbero certo questi dei difetti considerando che siamo di fronte a un prodotto per bambini. 

D'altro canto anche gli effetti speciali e l'animazione 3D ci sembrano un po' datati. Da Zemeckis ci si aspetterebbe un'innovazione, come in "Roger Rabbit", "The Christmas Carol" e "Beawolf", invece è tutto un deja vu, anche se la fotografia.

Il musicista Alan Silvestri, geniale compositore per lo schermo autore di melodie immortali come in "Forrest Gump", "Ritorno al futuro" e "The Avengers", qui fornisce una colonna sonora standard da atmosfera fiabesca dark, confondendosi un po' col collega Danny Elfman.

Il problema comunque non è Zemeckis, ma siamo noi. Noi della Generazione X consideriamo quelli di Zemeckis film per un pubblico adulto, ma forse solo perché per lo più li abbiamo visti da adolescenti e continuiamo ad amarli e riguardarli non sembrandoci invecchiati. Ma forse è un illusione. Forse anche i citati capolavori erano semplicemente film per ragazzi e se li vedessimo oggi per la prima volta avremmo la stessa sensazione di disagio come nel caso di "Le Streghe".

Da vedere sicuramente con la consapevolezza di poter esser fuori target.

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16 maggio 2021

Recensione: La donna alla finestra ★★☆☆☆


C'è un po' di tutto in questo film di Joe Wright

Innanzitutto di base c'è Hitchcock, citato a più non posso sia nella trama che con sequenze di "Vertigo" e  "Io ti salverò". 
Ma sono riconosciibili anche i più illustri emuli del maestro come il Brian De Palma di "Omicidio a luci rosse", il Zemeckis de "Le verità nascoste", ma anche variazioni su tema come l'Antonioni di BlowUp  e il Jon Amiel di "Copycut - Omicidi in serie".

E nel gioco di "trova la citazione" - questo è in fondo "La donna alla finestra" - io ci ho visto addirittura "Notturno di donna con ospiti", il bellissimo dramma teatrale di Annibale Ruccello del 1983 che non escludo gli sceneggiatori del film conoscano.

La psicologa infantile Anna Fox, agorafobica e mezza alcolizzata, passa il tempo a spiare i vicini dall'altra parte della strada. Un giorno riceve la visita di nuovi arrivati e di lì a poco si rende testimone di un brutale crimine che la coinvolge sempre più.

Come tutti i film così pesantemente citazionisti, alla fine di originale non c'è nulla. Un cast di tutto rispetto (Amy Addams, Julianne Moore e Gary Oldman) non realizza certo un capolavoro del genere, ma considerando di averlo scelto a caso nella cesta dei DVD Special Price del supermercato (i suggerimenti di Netflix), diciamo che poteva andare peggio.

L'intreccio, come detto fin troppo sfruttato, non si presta a creare tanta tensione, per cui si fa un gran ricorso alla soundtrack e agli effetti visivi che a volte sembrano un'ennesima citazione di "CreepShow" di George Romero.

Neanche il gioco di portare lo spettatore a conclusioni affrettate e poi smentirlo è originale (il doppio finale è un espediente quasi meschino) ma alla fine salva lo schermo da lanci di oggetti contundenti.

La domenica dopo pranzo. Quello può essere il momento giusto per guardarlo. 

P.S. Se non avete visto nessuno dei film citati, fatemi sapere se la visione de "La donna alla finestra" vi ha colpito.




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15 maggio 2021

Recensione: Lontano Lontano, di Gianni Di Gregorio ★★★☆☆


Succede sempre così con i film di Gianni Di Gregorio. Escono alla chetichella, quasi clandestinamente e poi all'improvviso ne senti parlare. Il David Di Donatello vinto per la miglior sceneggiatura ha risvegliato il mio interesse per questo autore così fuori dagli schemi. 
Lontano lontano è un film del 2019 con lo stesso Di Gregorio, Giorgio Colangeli e il compianto Ennio Fantastichini, qui nella sua ultima e, secondo me, migliore performance.
La storia è come sempre molto semplice e lineare. Tre anziani, fondamentalmente soli, decidono di lasciare l'Italia per trasferirsi in un luogo esotico dove la loro pensione permetterebbe loro di fare la vita da nababbi e realizzare i loro sogni. Nell'organizzazione della partenza si rendono conto che di sogni, in fondo, non ne hanno mentre per altri quel "lontano lontano" più che un luogo dove finire la popria esistenza costituisce il luogo dove realizzarla.
Tre animi nobili, nonostante le condizioni, si incontrano e si arricchiscono di amicizia e solidarietà e regalano a noi, che stiamo a guardarli, una rara occasione di compiacimento per quello che nonostante tutto ancora siamo.
Il film è assolutamente da vedere. Bello, a tratti divertente, e garbato, come tutti i lavori da regista di Di Gregorio, risultando notevolmente migliore del precedente sgangherato Buoni a nulla.
Nel cast anche Daphne Scoccia (Fiore), Roberto Herlitzka e Galatea Ranzi (La grande bellezzaIl commissario Ricciardi, Rocco Schiavone).
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14 maggio 2021

Recensione: Si vive una volta sòla, di Carlo Verdone ★☆☆☆☆


Ieri sera mi è arrivata una notifica sullo smartphone da parte di Amazon Prime Video: 

Dato che hai guardato LOL ti piacerà 'Si vive una volta sola' 

Per la verità io di LOL ho visto una sola puntata e l'ho trovato imbarazzante e triste, ma questo Amazon non può saperlo. Per lui se l'ho guardato significa che mi è piaciuto e quindi non ci sono motivi per cui non debba piacermi il nuovo film di Carlo Verdone e siccome sono convinto che se c'è uno che sbaglia tra me e Amazon non può essere Amazon, ho seguito il consiglio e l'ho guardato. E ho provato la stessa sensazione di quando ho guardato quella maledetta prima puntata di LOL. 

Però Amazon deve aver pensato che mi è piaciuto pure questo e quindi adesso l'home page della SmartTV è piena di robaccia tipo gli show di Pintus, Amici di Maria De Filippi ed edizioni di LOL di tutto il mondo. 

Il film di Verdone è uno dei più brutti degli ultimi anni, ma non per questo la mia stima verso l'attore e autore romano - che in passato ha fatto cose indimenticabili - ne esce danneggiata. Però, cacchio, adesso ho la tv piena di spam per colpa sua e mi sa che devo bannarlo in qualche modo. 

Ma questo è solo uno dei motivi per evitare di guardare questo film. Per altro si tratta di un film molto mediocre sotto tutti gli aspetti che racconta una storia prevedibile, improbabile e per nulla divertente. 
Una serie di spot pubblicitari (la Regione Puglia, una Radio, una catena di alberghi) alternati da scenette in cui viene ribadita sempre la stessa cosa con le stesse frasi - "Questa non è una vacanza...", "Adesso glielo dobbiamo dire..." - e che compongono una trama talmente ovvia che la rivelazione finale appare come una liberazione. Un po' come quando un amico insiste nel voler raccontare una vecchia barzelletta che conosci già e non ti ha mai nemmeno fatto ridere.
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