"Cosmopolis" è il nuovo fim di David Cronenberg con Robert Pattinson, Juliette Binoche e Paul Giamatti in concorso al Festival di Cannes e in uscita il Italia venerdi 25 maggio.
Tratto dal best seller di Don Delillo, la storia si svolge in una New York in subbuglio in cui l’era del capitalismo si avvicina alla conclusione.
Eric Packer, un “golden boy” dell’alta finanza, entra in una limousine bianca. Mentre la visita del Presidente degli Stati Uniti paralizza Manhattan, Eric Packer ha un'unica ossessione: farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall'altra parte della città.
Durante la giornata, il caos esplode e Packer osserva impotente il crollo del suo impero. Inoltre, e' sicuro che qualcuno voglia assassinarlo.
Quando? Dove? Saranno le 24 ore più importanti della sua vita.
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20 maggio 2012
27 dicembre 2007
Eastern promises
27 dicembre 2007
18:53
KinemaZOne
David Cronenberg, Eastern promises, Recensioni, Viggo Mortensen
3 comments
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di Ferdinando Carcavallo
Se è vero che il titolo italiano "La promessa dell'assassino" poco si adatta alla natura del film, è anche vero che "La promessa del marinaio", per quanto egualmente imbarazzante, avrebbe rispecchiato meglio quello che il film di David Cronenberg rappresenta.
Le promesse non mantenute in questo film sono molte. A cominciare da quella di rappresentare il capolavoro del regista canadese. Siamo lontanissimi non solo dalle genialità stilistiche di "Scanners" e "Videodrome", ma anche da lavori meno inspirati ma comunque personali come "La mosca" e "eXistenZ" (senza parlare di "Spider" e "Crash").
Il problema di Eastern Promises, oggettivamente un buon gangster movie, è che di Cronenberg non ha quasi nulla. Meno ancora di quanto non ne avesse "A history oif violence" dove almeno un paio di scene portavano la firma inconfondibile dell'autore di Shivers.
Altra promessa non mantenuta, o meglio sarebbe parlare di leggenda metropolitana, è la bravura di Viggo Mortensen, del quale si dirà che l'inespressività era una prerogativa del ruolo, ma a ben vedere il confronto col sempre più fastidioso Vincent Cassel non sempre gioca a favore dell'attore americano. Anche gli altri attori, Naomi Watts e Armin Mueller-Stahl sono molto sulla loro media senza particolari picchi e molto fuori dell'atmosfera cronenbergiana.
Anche la fantomatica Londra dei sobborghi, che il maestro, a detta di molti, sarebbe riuscito a dipingere con occhio freddo e realistico, in realtà di vede davvero poco. La vicenda potrebbe benissimo aver luogo a New York o Madrid, dal momento che al centro della scena è soprattutto la contrapposizione tra la cultura della malavita e quella delle persone comuni (così chiamate nel film) che ha tratti simili in tutto il mondo a prescindere dalle etnie.
Le promesse non mantenute in questo film sono molte. A cominciare da quella di rappresentare il capolavoro del regista canadese. Siamo lontanissimi non solo dalle genialità stilistiche di "Scanners" e "Videodrome", ma anche da lavori meno inspirati ma comunque personali come "La mosca" e "eXistenZ" (senza parlare di "Spider" e "Crash").
Il problema di Eastern Promises, oggettivamente un buon gangster movie, è che di Cronenberg non ha quasi nulla. Meno ancora di quanto non ne avesse "A history oif violence" dove almeno un paio di scene portavano la firma inconfondibile dell'autore di Shivers.
Altra promessa non mantenuta, o meglio sarebbe parlare di leggenda metropolitana, è la bravura di Viggo Mortensen, del quale si dirà che l'inespressività era una prerogativa del ruolo, ma a ben vedere il confronto col sempre più fastidioso Vincent Cassel non sempre gioca a favore dell'attore americano. Anche gli altri attori, Naomi Watts e Armin Mueller-Stahl sono molto sulla loro media senza particolari picchi e molto fuori dell'atmosfera cronenbergiana.
Anche la fantomatica Londra dei sobborghi, che il maestro, a detta di molti, sarebbe riuscito a dipingere con occhio freddo e realistico, in realtà di vede davvero poco. La vicenda potrebbe benissimo aver luogo a New York o Madrid, dal momento che al centro della scena è soprattutto la contrapposizione tra la cultura della malavita e quella delle persone comuni (così chiamate nel film) che ha tratti simili in tutto il mondo a prescindere dalle etnie.
Infine, ma forse qui è stato un bene, questo film avrebbe dovuto disturbare per la crudezza delle scene violente, mentre dobbiamo constatare che il maestro ci ha abituati a ben altro, anche dal punto di vista dell'estetica, con "Crash" e "Inseparabili".
16 dicembre 2007
Eastern translations
16 dicembre 2007
20:33
KinemaZOne
David Cronenberg, Distribuzione, Eastern promises, Elucubrazioni
2 comments
Edit
di Ferdinando Carcavallo
Al di là di questo, che al più presto andremo ad appurare, la cosa che risalta più all'attenzione di questo film è l'ennesima bizzarria delle traduzioni italiane. A cominciare dal titolo.
La verisone originale ha titolo "Eastern promises", letteralmente "promesse dell'est" e si riferisce al tema del film che racconta una storia di sangue della mafia russa. In italia abbiamo preferito un titolo molto romantico ma alquanto anonimo, e le promesse sono diventate un sola, magari si risparmia un po'. Come noi anche in Francia hanno cambiato il significato del titolo, orientandosi pero' verso il cupo "Promesses de l'ombre", ossia "promesse dell'ombra".
Altra stranezza è la tagline, ossia la frase che accompagna il titolo sulla locandina. In americano abbiamo "every sin leaves a mark", ossia "ogni peccato lascia un segno", frase il cui senso può capirsi guardando il trailer dal quale si apprende che in Russia i detenuti usano il loro corpo per raccontare la prorpia storia con i tatuaggi. In Italiano abbiamo tradotto la frase con un contorto "ogni peccato è macchiato col sangue" che oltre a non significare molto (oddio, magari guardando il film...) ricorda più uno slang da mafia siculo-americana.
Altra stranezza è la tagline, ossia la frase che accompagna il titolo sulla locandina. In americano abbiamo "every sin leaves a mark", ossia "ogni peccato lascia un segno", frase il cui senso può capirsi guardando il trailer dal quale si apprende che in Russia i detenuti usano il loro corpo per raccontare la prorpia storia con i tatuaggi. In Italiano abbiamo tradotto la frase con un contorto "ogni peccato è macchiato col sangue" che oltre a non significare molto (oddio, magari guardando il film...) ricorda più uno slang da mafia siculo-americana.
La consuetudine a cambiare le parole non l'abbiamo, però, applicata nell'unico caso in cui forse valeva la pena. La locandina americana riporta in alto la scritta "from the acclaimed director David Cronenberg" in cui "acclaimed" troverebbe in italiano corrispondenti sicuramente più utilizzati e moderni di "acclamato", ma stavolta ci siamo tenuti alla lettera all'originale senza impegnare la nostra proverbiale creatività. Non possiamo mica fare tutto noi.
11 aprile 2006
Cronenberg doesn't kill
di Ferdinando Carcavallo
Mesi fa il produttore Aurelio de Laurentiis aveva dato per quasi certa la notizia dell'ingaggio di "nientepopodimenoche" David Cronenberg per la direzione dell'adattamento di Io uccido di Giorgio Faletti. Era stato così convincente nell'affermare questa grande notizia che il (fino a ieri) autorevole Database del cinema IMDB aveva accettato di inserire la scheda del film I kill di Cronenberg come in preparazione.
Andando a leggere bene le dichiarazioni, però, appariva abbastanza lampante che di certo c'era soltanto il fatto che De Laurentiis aveva inviato a Cronenberg il libro e lo script del film, e basta. Così noi, pur compiacendoci per la sola possibilità che il fatto fosse vero (insomma, un libro italiano adattato da uno dei migliori registi al mondo...) avevamo infantilmente ironizzato sulla questione dicendo di aver anche noi spedito a David Lynch una copia di un romanzetto giovanile (mai pubblicato) e che, essendo arrivata la ricevuta di ritorno della raccomandata, potevamo in tutta tranquillità affermare che il film si sarebbe fatto.
Il 29 marzo è successo che David Cronenberg, evidentemente dopo aver letto la notizia su KinemaZOne (perchè, non puo' essere?), ha dichiarato che il film I kill "non esiste", che ha letto libro e script ma non gli sono piaciuti e che ha intimato a IMDB di eliminare la scheda del film dal Database.
"Cosa ci insegna questa storia?" chiederebbe il mio parroco. Beh, innanzitutto che non c'è da fidarsi di De Laurentiis, ma soprattutto che non c'è da fidarsi della stampa ufficiale. La bufala di De Laurentiis fu sbandierata dappertutto, mentre la smentita ufficiale (stavolta) è stata riportata solo da un blogger. Non dico altro.
L'unico certo impegno futuro del regista canadese, per ora, è Maps to the stars (anche London Fileds, riportato da IMDB, pare non sia niente di concreto), mentre l'atteso Painkillers è temporaneamente sospeso.
A history of violence
di Ferdinando Carcavallo
Il fatto che un po' delude è ritrovarsi un Cronenberg molto più regista che autore. Grandissima tecnica, quindi, e intense atmosfere erotiche e di tensione che ricordano i capolavori del regista, ma il problema principale è il plot del film che non è dei più esaltanti. Cronenberg è un artista puro, e in quanto tale il suo talento per venir fuori al meglio deve essere stimolato (vedi Spider), e la storia di un gangster che cerca di sfuggire al proprio passato per amore della famiglia in effetti è abbastanza deboluccia. Non ho letto la graphic novel di Wagner & Locke, autore anche di quell'Era mio padre che proponeva un tema molto simile, e quindi non so dire quanto l'adattamento cinematografico (di John Olson) sia stato fedele alla storia originale, ma prescindendo da ciò quello che ci troviamo davanti è un lussuosissimo noir interrotto. Sembra davvero che ci sia dell'altro non visto e non raccontato per tutto il corso del film. I personaggi appena accennati, il passato tanto orribile del protagonista mai del tutto svelato sono sicuramente delle caratteristiche che, se da un lato contribuiscono a tenere alta la curiosità, lasciano un po' spiazzati quando lo spettatore arriva alla fine del film pieno di aspettative.
Le tre scene di sparatorie sono dei veri gioielli di regia e montaggio. I volti dei cattivi deturpati dalle pallottole sono una vera e propria firma di Cronenberg che non disturba semmai affascina chi conosce il regista e ne apprezza la riuscita contestualizzazione.
In fin dei conti in A history of violence un (rispettabile) film su commessa e, visti i risultati, se fosse stato questo l'atteggiamento con il quale Cronenberg avrebbe affrontato la realizzazione di Io uccido (dal libro di Faletti) sarebbe stato soddisfacente, ma come dichiarato recentemente dallo stesso Cronenberg non gli è mai passato per la mente di fare questo film.
David Cronenberg, A history of violence, John Wagner, Vince Locke
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