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01 novembre 2010

(un)useful mind, di Omar Pesenti

di Ferdinando Carcavallo

Con quel dono della sintesi che lo contraddistingue - e del quale sembra stia un po' abusando - Omar Pesenti ci presenta il percorso interiore di un patologico misantropo (qui definito come ossessivo-compulsivo).

Apprezziamo a pieno anche in questo lavoro tutti i pregi di Omar. Occhio eccezionale per le inquadrature, gusto nella sonorizzazione e, più che in altre occasioni, ottima scrittura dei testi (complimenti da dividere con Massimo Vavassori). Il passo avanti - se proprio si vuole cercare - rispetto a "27 minuti di purezza" è sicuramente, oltre che nella recitazione del protagonista Yuri Plebani, nella fotografia dove opera non solo Marco Malizia ma anche la fantomatica Canon 5d Mark II, oggetto del desiderio dei cineasti digitali che sognano l'HD e che ha tanti pregi, per carità, ma richia di rendere tutti uguali esteticamente i lavori realizzati.
In ogni caso, (un)useful mind è un corto che non può non piacere.
Gustatevelo su Vimeo in Full Screen (se no che cacchio la usiamo a fare 'sta Canon?)



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20 ottobre 2009

27 minuti di purezza, di Omar Pesenti

di Ferdinando Carcavallo

Ed eccoci qua a scrivere sull'ultimo corto di Omar Pesenti, on line da pochi giorni ma già oggetto di discussioni più e meno critiche sui forum specializzati.
Credo che questo post arrivi come primo parere da non addetto ai lavori.
Inutile nascondere la mia ammirazione antica per Omar Pesenti che da un lato rischia di condizionare il giudizio ma dall'altro è anche causa delle grandi aspettative che nutrivo per questo corto preceduto da un fulminante trailer.
Beh, ora che l'ho visto già un paio di volte, mi sento pronto ad affermare che si tratta di un ottimo lavoro, il migliore di Omar.
Completamente diverso dal precedente - "Di chi è ora la città?" - questo nuovo corto è davvero corto e tutto si esaurisce in poco più di 7 minuti. O almeno così pare, ma in effetti il titolo "27 minuti di purezza" dà già un' idea del fatto che quello a cui assistiamo è solo un flash della storia che in universo filmico parallelo, per noi inaccessibile, sta succedendo.
E' quello che accade, in fondo, quando i telegiornali ci danno le notizie dei vari avvenimenti di cronaca. Per forza di cose non possiamo che assistere a quello che è una infinitesima parte della vera vicenda.
Nonostante quello che può apparire, "27 minuti di purezza" non è un film contro la brutalità dei media e lo sciacallaggio del giornalismo televisivo, ma solo una riflessione su come sia la violenza la vera protagonista dell'informazione e non le persone e i fatti.
Interessantissimo il finale in cui i vari network televisivi si trovano spiazzati da una tragedia nella tragedia non sapendo più a quale avvenimento dare più peso, chi condannare e chi assolvere.
Volutamente questo corto di Omar Pesenti non ha finale, o meglio ha un finale che non conclude. La sensazione che si prova nel vedere "27 minuti di purezza" è la stessa che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita nell'accostarci per pochi minuti al luogo di un brutto incidente dove abbiamo visto sofferenza, dolore e disperazione senza comprendere bene cosa fosse successo ma subendone soltanto per poco il disagio interiore.

Questo corto rappresenta per Omar un bel passo avanti sia nella regia, ricca di soluzioni eleganti e originali, che nella direzione degli attori.
Qualcuno ha detto che più che a Bergamo i personaggi sembrano essere a New York.
Mah. Credo soltanto che ci troviamo nel mondo di Omar.

27 minuti di purezza su Vimeo

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12 novembre 2008

Guarda Omar quanto é bello

di Ferdinando Carcavallo

Omar Pesenti, regista 30nne bergamasco e vecchia conoscenza di KinemaZOne, ha deciso di fare molto in fretta la strada che lo porterà a diventare un professionista.

L'ultima produzione di Omar si intitola "Di chi è ora la città?" ed è un raffinatissimo noir padano. La vicenda si richiama ad un classico plot del genere e racconta di due cosche mafiose che si giocano il dominio sulla città in un duello tra due rappresentanti delle due fazioni: chi sopravvive consegna alla famiglia la città.

Si tratta di un'opera curatissima lontana anni luce dal primo Il passo più lungo di soli due anni fa e molto diverso nei toni e nelle intenzioni dall'ottima prova horror del 2007 (Frattura).
Di chi è ora la città sorprende per il taglio altamente professionale delle scene, sia per le riprese che per la direzione degli attori (fino a ieri la pecca maggiore di Pesenti) ed è godibile per le numerose trovate registiche (notate all'inizio il montaggio della conversazione telefonica e la soggettiva di una delle vittime della querra tra bande).
Realizzato nei week-end nell'arco di un anno, con numerose interruzioni per motivi più vari, il film è costato intorno ai 600 euro, andati tutti via tra pranzi, caffè e benzina. Il contenimento dei costi è stato possibile grazie alla collaborazione pro-bono di parenti (compaiono nel film sia la moglie Veronica, anche co-sceneggiatrice, che il padre) e amici ancora alle prime armi, come Jacopo del Santo e Paolo Riva, attori non professionisti ma che stanno crescendo proprio grazie a Omar, e la "letteronza" Valeria Sonzogni.

Per la colonna sonora, molto efficace e ben contestualizzata, Omar ha collaborato ancora con Ron Meza, musicista di Los Angeles conosciuto grazie ad una community web di videomaker.

Senza dubbio "Di chi è ora la città" è il miglior cortometraggio che ho visto negli ultimi anni e non parlo solo di quelli dei giovani talenti. Il guaio, adesso, per l'ottimo Omar, è che con un bigletto da visita come questo non potrà più farsi scudo della qualifica di "giovane esordiente" e quindi le prossime scelte saranno valutate diversamente. Pesenti è diventato un cineasta adulto e la sua crescita self-made è di esempio per tutti. Ancora una volta in Italia abbiamo la dimostrazione che non sono le risorse ad essere indispensabili per i nostri autori quanto le occasioni.
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24 febbraio 2007

Frattura

Parafrasando il titolo del primo corto, possiamo dire che il secondo passo di Omar Pesenti è abbastanza più lungo del primo, e lui si tiene in equilibrio benissimo. Se nel Un passo più lungo abbiamo conosciuto la passione e la dedizione per un certo cinema di genere del giovane regista bergamasco, con questo piccolo horror intitolato "Frattura" appaiono molto più evidenti talento e tecnica. Anche in questo lavoro, come spesso accade per i giovani cineasti, abbondano i tributi ai classici del genere. Oltre a De Palma (spirito guida di Pesenti) riconosciamo le citazioni a Hitchcock, Argento e Romero oltre che a tutto il filone cannibal-zombesco made in Italy.
Tutti le incertezze che potevano lasciar perplessi dopo la visione del primo corto sono state superate con maestria, come la fotografia, l'azione, il montaggio e soprattutto la trama. La storia è quella di un quadretto domestico molto particolare, un'interessante affresco ella coppia moderna in cui i ruoli si scambiano a seconda delle necessità.
Lontano ormai dalla "amatorialità" Omar ha già preso la strada che può portarlo lontano, anche perchè tra tutte le qualità c'è anche la modestia.
Ci sei piaciuto, Omar. Continua così e stupiscici ancora.

Frattura su You Tube
Frattura Press Kit

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08 novembre 2006

Un passo più lungo

Omar Pesenti è giovane (29 anni) e vuole fare il regista e come tutti i giovani che vogliono fare i registi, nell'attesa di avere l'accasione giusta, si organizza come può a produrre i primi cortometraggi.
Con l'aiuto del digitale (miniDV), la benevolenza e la passione di amici e parenti e una bella dose di talento e ostinazione personali Omar è arrivato alla realizzazione di Un passo più lungo, un mini-noir sullo stampo dei gloriosi maestri americani dalla trama semplice e amara.
Il "passo" al quale il titolo si riferisce è quello di un maturo (e capoccione ;-P) detective privato che per una volta, stanco di inseguire mogli infedeli per conto di mariti cornuti, accetta di occuparsi di un caso più stimolante come il ricatto di una giovane e ricca signora; ma probabilmente con questo titolo Omar ha voluto coprirsi di mopdestia etichettando come "passo più lungo della gamba" la decisione di misurarsi con un genere così glorioso per la sua prima sortita.
Il risultato ha certamente tutte le caratteristiche dei lavori amatoriali, ma fanno ben sperare l'uso dosato che Pesenti fa degli stereotipi di genere (bianco e nero, voce fuori campo, carrellate, dissolvenza incrociata) e la sapiente direzione di attori visibilmente non professionisti.
Vale la pena sempre di guardare le opere prime e incoraggiare i giovani talenti, ma in questo caso più che in altri chi può dovrebbe anche investire nelle capacità di Omar.
Credo che risentiremo parlare di lui.

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