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11 settembre 2017

Manetti, Rak & Bunker: ipotesi di una join venture per un progetto di animazione su Alan Ford.

Esattamente dieci anni fa, durante un’intervista ad Antonio Manetti per KinemaZOne, il regista romano ci confessò un sogno del cassetto che i Manetti Bros. avevano da molto tempo: 



Un film su Alan Ford, quindi, il fumetto di Magnus e Bunker che ininterrottamente dal 1969 esce in edicola sempre con la firma dell’inossidabile Max Bunker. 
Un anno prima KinemaZOne aveva avuto già la fortuna di intervistare il grande Max con il quale era stato naturale affrontare l’argomento cinema e la sua risposta era stata stranamente simile alla visione dei Manetti. 


Alan Ford, come molti ricorderanno, ha goduto il picco di popolarità negli anni ’80 grazie alla versione a disegni animati nella trasmissione televisiva di Giancarlo Governi e Guido De Maria “SuperGulp!”. 

Pensiamo che un fumetto come Alan Ford, più di altri, debba il suo successo e la sua fama, oltre all'ironia di Bunker, anche all'impronta grafica eccezionale data da Magnus prima e poi portata avanti da Paolo Piffarerio e i disegnatori più giovani, per cui più che ad un liveaction penseremmo ad un film o una serie di animazione.

In dieci anni i Manetti di strada ne hanno fatta abbastanza per poter contare su budget più sostanziosi e nel nostro paese molti nuovi talenti sono venuti fuori nel campo dell'animazione, non ultimo quello di Alessandro Rak, tra gli autori dell’osannato Gatta Cenerentola che ha dimostrato a
Venezia che il cinema di animazione in Italia è una realtà sulla quale poter investire e, soprattutto, dotata di una raffinatezza ed originalità che la rendono distinguibile. 

Ci piace pensare, quindi, che gli amici Manetti Bros, Max Bunker e Alessandro Rak possano oggi incontrarsi e discutere sulla fattibilità di un progetto di animazione su Alan Ford (film o serie TV).

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17 gennaio 2014

Videointervista a KinemaZOne per "Il mestiere più antico del mondo"

In occasione dell'uscita della prima puntata ufficiale della serie "Il mestiere più antico del mondo" (L'uccellaio), ecco un'intervista del Corriere.it a Ferdinando Carcavallo a cura di Francesca Ferrara.
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18 novembre 2013

Mujeres Creando, intervista a Claudia Postiglione

Ogni tanto KinemaZOne si occupa di musica, anche quando nessuno lo paga per farlo. E comunque, se lo fa, è sempre perché in qualche modo c'entra il cinema.
Ed è proprio il cinema all'origine della genesi della band napoletana "Mujeres Creando", in quanto il gruppo si è formato nel 2010 per la composizione della colonna sonora di un corto dal titolo "Lavoro sostantivo maschile".
Le femmine creative sono quattro, Assia Fiorillo (voce), Igea Montemusso (violino), Giordana Curati (fisa) e Claudia Postiglione (chitarra), ed è proprio dalla chitarrista che ci facciamo raccontare la loro musica.

Allora, Claudia, tu sei l'unica del gruppo che ha un nome che non ricorda una concorrente di X-Factor. Come ci sei capitata?
Il gruppo è nato come nasce l'amore. Insomma alchimia di un incontro con le altre componenti. Le altre ragazze mi hanno proposto di suonare, così tra una birra ed una cena, abbiamo scritto la colonna sonora di un cortometraggio di Anna Santonicola, e da lì è stato un fluire naturale.

Claudia
E quella è stata l'occasione della nascita di "Mujeres creando"?
No, il nome è nato ancora dopo, quando si è unita a noi Assia (voce) e abbiamo esordito a teatro con uno spettacolo dal titolo "Finchè vita non ci separi". Uno dei nostri brani, un tango intitolato "Rosaspina", è stato anche scelto come colonna sonora di uno spot televisivo del SISAF Salerno.

Quindi il vostro genere è il Tango, o comunque la musica sudamericana.
Anche, abbiamo molte influenze bossa e jazz. Abbiamo scritto un brano di musica popolare anche per uno spettacolo teatrale tratto da "Lu cunto de li cunti" di Basile. Ma il nostro fil rouge sono le nostre sonorità e gli arrangiamenti al femminile.

Assia
Arrangiamenti al femminile? 
La musica al femminile.Questo è il nostro slogan. Siamo tutte donne, e il modo di far musica e di sentire la musica passa attraverso il sentire al femminile. Il nome del nostro gruppo significa "Donne che creano"

Come si svolgono le vostre serate?
Il progetto musicale che presentiamo si chiama "Contaminazioni", con un repertorio ricco di brani ricercati, da Summertime, ai Pink Martini, brani di Toquinho, tutti riarrangiati, e poi i nostri inediti

 Chi scrive le canzoni?
I brani nascono in mille modi, alcuni solo strumentali, ad ogni modo tutte noi con differenti contributi
partecipiamo. Spesso un brano nasce da un'idea di Giordana e poi c'è la magia è l'incontro creativo
Per questo ti dicevo che il gruppo musicale che funziona è come una coppia di persone che si amano.

Giordana
Dov'è che vi esibite preferibilmente?
Per lo più in locali, ma a marzo prossimo saremo in Sicilia per una importante manifestazione per la festa della donna

Ma siete femmine, femen o femministe?
Siamo donne e porgiamo al mondo la bellezza dell'essere tali.

Quindi, la scelta di essere tutte donne è puramente artistica. Non siete delle attiviste?
Le "mujeres creando" boliviane alle quali il nostro nome si ispira, sono attiviste. Noi testimoniamo la necessità di esserci e lo facciamo con la musica. Un collettivo artistico, ma alle nostre jam session partecipano tanti uomini. 

Igea
Spesso vi ritrovate in sala di incisione. Avete un progetto discografico o di distribuzione ?
Abbiamo inciso alcuni brani e abbiamo in cantiere un disco che sia in grado di presentare in maniera armonica la natura eclettica della nostra produzione. Il progetto di distribuzione verrà pian piano.

Il prossimo concerto?
Suoneremo il 21 novembre al Khavè Cafè, di San Giorgio a Cremano. Sul nostro sito web e sulla pagina facebook ci sono le date degli eventi live aggiornate.

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20 ottobre 2008

Scrittore nel buio

di Paul Auster*


Non potevo lasciare l'Italia senza prima aver omaggiato quello che da sempre è il mio modello di scrittore.
La mia ammirazione per Carcavallo, come nella migliore tradizione narrativa europea, prende il via da un paradosso spazio-temporale. Pur essendo nato Ferdinando lontano da me, sia geograficamente che per una ventina d'anni di distacco, non ricordo un momento della mia infanzia, adolescenza ed oltre in cui i suoi libri non mi abbiano accompagnato. E ciò appare ancora più incredibile se si pensa che prima del 2007 Carcavallo non ha praticamente mai scritto nulla.

L'incontro con il grande scrittore si svolge nella sua casa sul Vomero, quartiere di Napoli, e quindi del mondo, che colpevolmente il mio immaginario non ha mai osato attraversare.
Mi apre la porta sua figlia Marianna, poco più di due anni, la quale mi sorride facendomi strada nel lungo corridoio che collega l'ingresso alla terrazza.

Li', intento a meditare con una bottiglia di Cedrata Tassoni mezza vuota, mi appare Ferdinando che accortosi di me tira fuori violentemente il dito indice dalla narice destra.

"Lei è l'Ufficiale Giudiziario?" - mi chiede.
"No" rispondo "sono Paul Auster e sono qui per l'intervista."
"Ah...si tratta di un cambio di gestore telefonico? Ho già detto che io uso pochissimo il telefono..."
Chiarito l'equivoco con non poca difficoltà, entriamo nel merito della discussione, ossia il suo capolavoro "Due punto zero" inspiegabilmente ancora fuori dalle classifiche di vendita.


PA: Come forse sa, anche io all'inizio della mia carriera ho scritto cose bellissime che ancora oggi non vengono pubblicate. Crede che il motivo dei suo oscuramento mediatico sia di matrice politica? Crede di dar fastidio a qualcuno che conta?FC: Mah, le diro' signor ...Austin Power?

PA: "Paul Auster"
FC: "Si, mister Pollastri, nel mio libro di politica non ce n'è.

PA: Allora forse si tratta di motivi sessuali?
FC: "Mahm, di sesso ce n'è ancora meno"

PA: "Quindi non può essere che un motivo religioso.
FC: "Non direi. I protagonisti del libro non so nemmeno se sono credenti"

PA: "E allora, scusi, quale può essere la causa?
FC: "Mah, forse semplicemente il fatto che il libro è sostanzialmente una cagata."

PA: "Lo pensa davvero?"
FC: "Non tanto, a dir la verità. Ho non-letto libri peggiori."

PA: "E allora? Glielo dico io, se permette, qualì'è il motiivo."
FC: "Se lo sa."

PA: "Il suo libro pone un interrogativo inquietante che invita ad una riflessione che potrebbe mettere in crisi l'intero pensiero occidentale moderno."
FC: "Beh...in effetti, signor Polistil, non ci avevo pensato...

PA: "La domanda fondamentale è 'a cosa serve il mio lavoro?', ovvero 'che ne beneficia?', oppure 'quali possono essere le conseguenze del mio lavorare bene o lavorare male'?
FC: "Eh..."

PA: "E' facile rispondere a queste domande per chi fa il chirurgo, il pompiere, il poliziotto, il maestro. Ma per Carmine Amendola, un impiegato di una grande multinazionale, è molto difficile ipotizzare che i frutti del suo lavoro vadano al di la della busta paga."
FC: "E già."

PA: "Il protagonista del libro è il dramma del tedio dell'uomo moderno che sembra riscattarsi con il sogno del lusso e di un nobile scopo."
FC: "Dice?"

PA: "Il libro è intriso di tragica autocommiserazione sia dei personaggi che dell'autore."
FC: "Vabbè..pero' è anche divertente, no?"

PA: "Divertente? Non direi."
FC: "Come no!? Ha dimenticato l'episodio del comico del cabaret?"

PA: "Certo. Una maschera brechtiana tipica della tragedia moderna."
FC: "Ma no. E' comico! Fa ridere."

PA: "Io ho pianto."
FC: "Mi dispiace."

PA: "Quindi, nelle intenzioni, 'Due punto zero' doveva far ridere?"
FC: "Beh, proprio ridere no. Diciamo divertire."

PA: "Ah...allora non ho capito bene."
FC: "E mi pareva. Senta a me, lo rilegga."

PA: "Dice?"FC: "Si. Lei non è che di letteratura ne capisce molto, eh?"

PA: "Mah, dice Fabio Fazio che sono uno dei più grandi scrittoti del mondo."
FC: "Lo dice a tutti"

PA: "Anche a lei?"
FC: "Con me non si permette."

PA: "Certo. "
FC: "Un po' di Cedrata Tassoni?"
PA: "No, grazie."
FC: "Un Amaro Medicinale Giuliani? "

PA: "No, sto bene così"
FC: "Un Acqua Brillante Recoaro?"

E così, dopo dieci minuti, intontito da un interminabile mitragliata di gentili offerte delle più svariate qualità di aperitivi analcolici e non, abbandono quella dimora, ultima scuola di vita per uno scrittore finora nel buio.

(*)alias occasionale di ferdinando carcavallo, da sempre un ammiratore del sommo scrittore americano. Che non me ne voglia.
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07 giugno 2007

KinemaZOne nel fantastico mondo di Luca Enoch

Intervista di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi

È un artista poliedrico, in grado di gestire completamente una serie a fumetti. E’ in uscita il suo nuovo progetto Bonelli (il fantasy Dragonero, in coppia con Stefano Vietti). Si chiama Luca Enoch e, prima di consigliare la lettura delle fantasiose avventure che ha scritto e continua a scrivere (correte a comprare Gea, Sprayliz, Legs Weaver, Morgana...), KinemaZOne è riuscito a farsi raccontare un po’ di lui, di cosa fa, di come lo fa, del panorama tricolore delle nuvole parlanti visto da dietro le quinte. Cominciamo a conoscerlo meglio, aspettando che si faccia corteggiare dalla settima arte, magari in una ipotetica versione cinematografica di Gea by Katsuhiro Otomo...


In un'intervista di un anno fa Carlo Lucarelli mostro' apprezzamento per Gea manifestando anche un certo disappunto per il "paradigma bonelliano" secondo il quale un fumetto, per essere vincente, non deve essere ambientato in Italia. In questo tu sei abbastanza atipico, in quanto la tua Gea vive in un contesto (o meglio livello di esistenza) apolide o, se vuoi, globale. I suoi amici hanno nomi Italiani, inglesi e asiatici ed ascoltano Springsteen, Manu Chao e Madreblu. Come mai questa scelta?
Il famoso “paradigma Bonelliano” ha anche un’altra ragione d’essere. Se l’azione, l’ambientazione della storia e le frequentazioni dei personaggi sono “altri” rispetto alla nostra realtà si ottengono tutta una serie di facilitazioni di non poco conto: lo sceneggiatore non deve essere fedele a una realtà sotto gli occhi di tutti e non si espone a critiche di mancanza di verosimiglianza; il disegnatore non è costretto a spaccarsi la testa per ritrarre fedelmente l’ambiente; l’editore non espone il fianco a critiche di parte perché la finzione non riguarda il nostro paese, la nostra città o le persone che ci vivono a fianco. Lavorando per Bonelli anch’io ho adottato questo schema ma, del resto, anche la mia "Sprayliz", scritta e disegnata in totale indipendenza, era ambientata in un contesto nordamericano da telefilm. Comodità nella scrittura e facilità nell’esecuzione. Comunque, sia in "Gea" che in "Sprayliz", sono sempre riuscito a parlare dei fatti nostri anche in altri contesti.

Il mondo in cui si muovono Sprayliz e Gea è un mondo in cui le minoranze (etniche, sociali e sessuali) convivono in maniera molto disinvolta con le maggioranze. E' anche questa una sorta di "Utopia" oppure c'è un intento pedagogico, nel senso che speri che i tuoi lettori (spesso giovani) imparino da Gea le regole dell'armoniosa convivenza?
Io che insegno agli altri l’arte della convivenza? Ma se qualcuno mi si avvicina troppo in strada o sul bus io mi ritraggo tipo anemone marino… Forse in "Sprayliz" questo vivere armoniosamente assieme era vero ma comunque io partivo da una società multietnica (quella nordamericana) per poi passare ad altro. New York all’epoca aveva veramente un sindaco nero e le coppie miste erano una realtà consolidata. La disinvolta convivenza (anche sessuale) era un aspetto che coinvolgeva in primo luogo la protagonista e il suo piccolo universo che le ruotava attorno. In "Gea" le minoranze – rappresentate simbolicamente dagli alieni migranti - invece non vivono poi così bene con la maggioranza; sono perseguitate e devono nascondersi.

In America oggi i comics sono la principale fonte di ispirazione per il cinema. In Italia non è mai stato così (Diabolik di Bava è l'unico esempio di adattamento di successo). Credi che siano i nostri fumetti ad essere poco cinematogtrafici oppure è il nostro cinema ad essere indifferente alla cultura pop?
Il fumetto in Italia è narrativa di serie B. Mai luogo comune è stato così vero e radicato nella mentalità di gente, quali gli italiani, che nella stra-grande maggioranza sono analfabeti di ritorno che non leggono nemmeno un libro all’anno. Da "Sprayliz "potrebbero tranquillamente tirare fuori una bella fiction, che farebbe imbufalire le C.E.I. , inalberare De Corato e Gasparri, prendere le distanze da Rutelli e provocare serie e attente riconsiderazioni da parte del CdA della RAI. Certo, a meno che non si trattasse di un formato Endemol.

Hai mai pensato (sicuramente si, viste le tue numerose citazioni cinefile) ad un adattamento di animazione o fiction per Gea?
Non la vedrei molto bene come riduzione cinematografica; temo l’effetto “Buffy” e quindi del già visto. Ma come lungometraggio animato sì! E, sebbene adori Miyazaki, avendo budget illimitato affiderei il malloppo a Katsuhiro Otomo.

Ricordi ancora i primi soldi guadagnati disegnando?
E come no? Grande iniezione di autostima! Faccio quello che mi piace fare e mi danno pure dei soldi… il massimo. I miei primi guadagni onesti però non erano frutto del fumetto ma dell’attività di illustratore e grafico.

Si puo' vivere con i fumetti oggi in Italia?
Solo se lavori per Bonelli o Disney, le uniche case editrici in Italia che possono produrre storie di qualità dando un compenso più che adeguato ai realizzatori. O se azzecchi, cosa più difficile, una serie blockbuster in Francia, ad esempio; allora le royalty ti sotterrano di euro.

Com'è la situazione dei comics in Italia?
Un grande “BOH?”. Di certo c’è un calo costante di vendite anche nelle testate più solide che non ho idea a cosa potrà portare.

Come mai i nostri fumetti periodici, a differenza degli americani, sono sempre in bianco e nero ? Si tratta di una questione stilistica o ci sono altre motivazioni?
Io sono cresciuto con i fumetti in b/n, tanto da identificare il vero fumetto con il monocromatismo. Da Alex Raymond a Zanotto, da Magnus a "Charlie Brown" i fumetti non sono mai stati a colori, per me. "Topolino" lo apprezzavo di meno di "Alan Ford". Adesso stanno ricolorando "Bone" ma lo vogliamo mettere con la prima edizione in b/n?

Te lo avranno chiesto in tanti, ma come mai i protagonisti delle tue storie sono esclusivamente donne ?
È una cosa genetica. Ho pure due bambine, Isabella ed Elena. Non si sfugge al cromosoma XX!

Tu per Gea hai scelto una periodicità abbastanza singolare. In 8 anni sono usciti 16 episodi completi. E' perchè vuoi concedere ai tuoi lettori del tempo per assimilare le storie oppure hai paura che un impegno costante possa portarti ad una assuefazione al personaggio?
Non è stata una scelta ma una necessità. Bonelli voleva farmi realizzare una serie interamente autogestita. Storia e disegni. Oggi sono riuscito a consolidare una produzione mensile di 25 tavole. Quindi dieci mesi all’anno per disegnare due storie di 125 tavole e due mesi scarsi per scriverle e sceneggiarle. Totale quasi dodici mesi all’anno. Ci avanza giusto una settimana di vacanza.

Di prossima pubblicazione per la Bonelli c'è Dragonero, graphic novel realizzata in collaborazione con Stefano Vietti e Giuseppe Matteoni. In che rapporto questa nuova creatura è con i tuoi precedenti lavori?
I romanzi avrebbero dovuto essere un nuovo format all’interno di una casa editrice come la Bonelli, specializzata in serie con personaggi ricorrenti. Stefano e io sentivamo la necessità di raccontare storie che avessero una conclusione, senza la necessità di riproporre i personaggi nella storia successiva. One shot, quindi. Ambientazioni e generi “altri” rispetto a quelli che si potevano trovare nelle serie classiche bonelliane.



Nota: grazie all'amico Luigi Diomaiuti per la consulenza.
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15 maggio 2007

Intervista ai Manetti Bros.

di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi

Antonio e Marco ManettiEra da un po’ che KinemaZOne desiderava scambiare due chiacchiere con i Manetti Bros, cineasti tra i più interessanti della “nuova” scena romana. Perché realizzano ciò che piace loro (che sia cinema, video o fiction) e perché dicono ciò che pensano, con cinismo ragionato e saggio. Di chi ne ha già fatte e viste tante. Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi hanno raggiunto Antonio Manetti in pieno orario di pranzo, ma il disponibile regista capitolino non si è certo tirato indietro, neanche con la bocca piena...

Voi nascete e lavorate soprattutto come registi di videoclip (Britti, Neffa, Tiromancino...) e ultimamente avete lavorato molto con Lucarelli e gli altri scrittori della serie Crimini. Vi sentite più a vostro agio nell'adattare un racconto o nel dare immagini ad un brano musicale?
Abbiamo fatto più di cento video musicali, ma non ci consideriamo dei registi di videoclip. Dobbiamo moltissimo al video musicale visto che il nostro nome è diventato famoso per quello, ma per rispondere alla vostra domanda noi abbiamo sempre fatto dei video piuttosto narrativi perché altrimenti ci sentiamo fuori luogo. Ci sono tanti registi di videoclip o di pubblicità che con l’immagine sono molto più bravi di noi, mentre il nostro obiettivo è quello di raccontare una storia. Per questo non siamo mai stati chiamati dalle case discografiche, ma direttamente dai musicisti, grazie ad un rapporto preesistente. Di solito i registi di videoclip hanno rapporti continuativi con le case discografiche e lavorano quasi in serie. La casa discografica è sempre stata nei nostri confronti abbastanza diffidente, per paura o riverenza, non saprei.

Una foto di scena di Torino BoysI primi soldi li avete guadagnati col cinema o con i videoclip?
Di video musicali ne abbiamo dovuto fare parecchi prima di guadagnare qualcosa. Il primo contratto vero fu per il film "Torino Boys" realizzato per la Rai (1997). L’occasione nacque grazie a Marco Bellocchio che insieme alla Film Albatros produceva per la Rai una collezione di film sull’argomento extracomunitari in Italia ("Un altro paese nei miei occhi"). Mio fratello Marco aveva lavorato con Bellocchio come aiuto regista (ne "Il principe di Homburg") e il figlio Giorgio, nostro amico, sapeva che, oltre ad essere registi, eravamo molto amici della comunità nigeriana di Roma. Quindi ci chiese di scrivere un soggetto, che piacque molto e così il progetto andò in porto. Fummo pagati poco, ma fu una bellissima esperienza. Così la Rai cominciò a chiamarci anche per altre cose.

E da lì che nacque la collaborazione con la Rai per Stracult?
Per "Stracult" fu il video di "Supercafone" (Piotta) a farci notare da Marco Giusti. Mentre facevamo Stracult eravamo già impegnati con "Zora"…

Zora la vampiraPer "Zora la vampira" (2000) fu determinante l’incontro con Carlo Verdone...
L’occasione nacque per un video per Alex Britti. Noi avevamo lavorato con Britti già con il videoclip di “Mi piaci” e in quel periodo Alex voleva far dirigere un nuovo video a Carlo Verdone. Verdone scrisse l’idea del video, ma quando mise mano alla parte produttiva, essendo abituato al cinema dove la gestione dei costi è del tutto differente, si rese conto che non era per lui e chiese a Britti di coinvolgerci per la parte più operativa. Così lo incontrammo e in quell’occasione ci chiese un’idea per un film perché aveva voglia di fare il produttore. Noi avevamo già l’idea di "Zora" quasi pronta e gliene parlammo. Gli piacque moltissimo e volle produrlo. Fu la nostra prima e unica grossa produzione.

Grossa produzione come budget, ma poi cinque anni dopo vi siete convertiti al “miracle budget” di "Piano 17".
Noi non l’abbiamo mai definito "miracle budget". E’ stata una definizione affibbiata al festival di Berlino, dove fummo invitati proprio a testimoniare l’esperienza di un film a basso costo. Noi pensiamo che non ci sia un miracolo nel produrre un film a basso costo, ma solo la volontà di farlo. "Piano 17" sarà costato quanto un giorno di riprese di "Zora", per fare un paragone.

Grazie al digitale?
Non direi proprio, su questo siamo abbastanza estremi. Non è l’uso del digitale ad abbassare i costi. E’ vero che la pellicola ha un suo costo, ma é una minima percentuale nei costi complessivi di un film. I costi del cinema italiano sono folli per altre ragioni. La situazione dati alla mano è sconvolgente. Oltre quei 2 o 3 film all’anno i cui incassi superano gli investimenti (quest’anno magari sono stati 5 o 6) per il resto è tutto a perdere. E’ necessario abbassare i prezzi di produzione, e questo significa pagare di meno gli attori e non considerare il cinema un lusso. In America il cinema può essere un lusso, ma da noi no, non possiamo portare sul set camion e roulotte come se niente fosse.

Elisabetta Rocchetti in Piano 17Come siete riusciti a fare un film con 70.000 euro?
Giampaolo Morelli
ebbe l'idea di tre personaggi chiusi in un ascensore, poi insieme a lui e Anatole Fuksas abbiamo fuso l'idea con una nostra vecchia storia così decidemmo di realizzare un film senza nemmeno pensare ad una distribuzione, ma per tenerlo per noi. Il film è costato pochissimo perché non abbiamo pagato nessuno (né attori né troupe), ma secondo i nostri calcoli un buon film in digitale si può fare con 300 mila euro, che al massimo diventano 600 mila su pellicola.

Ma il digitale, permettendo un risparmio di produzione, riduce anche la soglia che c’è tra dilettantismo e professionismo, rischiando di portare ad un proliferare di video, cortometraggi e mediometraggi realizzati con pochi mezzi. Non si rischia così un’inflazione del panorama del cinema giovane?
Ben venga! E’ da tanti anni che si dice che il cinema italiano è in crisi, ma gli spettatori che vogliono vedere cose diverse ci sono, quindi se arriva un altro tipo di cinema, un sottobosco di film coraggiosi, c’è tutto da guadagnare e nella quantità qualcosa di buono deve venir fuori.

Tornando a voi, "Piano 17" è un film di genere, ma del tutto diverso da "Zora la Vampira" (2000), nel quale la componente horror era predominante. Nonostante questa inversione di tendenza, avete continuato a occuparvi di horror producendo "L''Armadio" (2002) e "Il bosco fuori" (2006) di Albanesi.
L’horror è stato (ed è ancora) il nostro genere preferito. I nostri film preferiti sono da ricercarsi nei primi lavori di Peter Jackson, di Wes Craven, di John Carpenter. Ma non so perché, non ci viene più di farlo. Preferiamo produrlo. "Zora", in effetti, aveva delle componenti horror, ma non abbastanza secondo noi, e forse questo è stato un errore.

Come mai l'horror, che in tutto il mondo è un genere in ripresa, in Italia è sempre underground? Lamberto Bava, Albanesi, Infascelli, Soavi e lo stesso Argento sono relegati alla distribuzione in DVD.
E’ una situazione anomala. Negli anni 70 in Italia è stato il genere che ha rivoluzionato il cinema. Bava e Argento sono stati autori veri. Il fatto che perfino uno come Dario Argento negli anni ha cambiato la sua sensibilità è indicativo di una decadenza. Ma il discorso non riguarda solo l’horror. E’ il cinema di genere che in Italia non va, come il poliziesco. Lo stesso "Romanzo Criminale" di Placido, che è stato indicato come un ritorno al poliziesco, può essere considerato un noir- politico ma non un film di genere. Tra l’altro l’horror non è un genere costoso. Carpenter ha dato il meglio di se all’inizio, con i budget più bassi.

Una scena di BlaculaLa vostra passione per il cinema di genere vi ha spesso procurato l’etichetta di “tarantiniani”. Vi sentite abbastanza pulp?
Ma quella dei “tarantiniani” è un etichetta che ci portiamo dietro dai tempi di "Torino boys", che in verità era una commedia che con il pulp non aveva niente a che fare. Adoriamo Tarantino, ma consideriamo "Jackie Brown" il suo film migliore, che in fondo è proprio il meno pulp. La verità è che con Tarantino abbiamo molte affinità sul piano culturale e per gusti. La blackploitation che abbiamo messo in "Zora" (che è ispirato a "Blacula" di William Crain) nasce dalla passione per la blackpoitation americana degli anni ’70, che è la stessa che ha ispirato Tarantino.

Per rilanciare il cinema di genere, Rodriguez e Tarantino si sono inventati il revisionismo del "Grindhouse". Avete mai pensato a qualcosa di analogo per l’Italia, una sorta di "Pidocchietto" ispirato a poliziotteschi e horror degli anni ’70?
L’idea del "Grindhouse" ci piace e in passato è venuta anche a noi. Un paio d’anni fa abbiamo incontrato Enzo G. Castellari e Umberto Lenzi i quali ci dissero di vedere in noi degli artigiani del cinema come loro e con loro progettammo un film a episodi ispirati al poliziesco italiano, ma poi non se ne è fatto nulla.

Thomas Milian e Giampaolo Morelli (Coliandro)Qualcosa però l’avete fatta con "Coliandro". E’ facile riconoscere elementi del poliziesco italiano....
Sì, "Coliandro" è abbastanza di genere, ma lo considereremmo più un super-genere. Lucarelli ci ha messo un po’ di tutto, e in questo possiamo considerarlo un pulp. Ma non proviene da noi. E’ pulp Lucarelli. Le storie che scrive ti fanno venire voglia di girarle.

Con Lucarelli c’è un rapporto speciale?
Abbiamo trovato con lui un modo di lavorare molto particolare, cercando di rispettarlo, capendo il suo punto di vista, mettendoci del nostro, ma sempre restando fedeli alla sua idea. Lo stesso abbiamo fatto con gli altri autori con i quali abbiamo lavorato per la serie "Crimini", come De Cataldo. E un po’ meno con Carlotto, perché Carlotto non si vede. Forse non esiste.

Un’altra vostra grande passione sono i fumetti. Su KinemaZOne, un po’ di tempo fa, si discuteva sull’infelice connubio in Italia tra cinema e fumetti (a parte il Diabolik di Bava). Avete mai pensato di portare sullo schermo un fumetto italiano?
Ci piacerebbe molto, ma abbiamo constatato che uno dei motivi per cui i fumetti italiani non sono mai stati portati al cinema è che non sono ambientati in Italia. Uno dei nostri sogni è quello di fare Alan Ford. Ne abbiamo parlato spesso, ma si dovrebbe realizzare in America, con attori americani e quindi prima di tutto un grosso impegno di budget, rischiando poi di far venir fuori qualcosa di diverso da quello che il fumetto è. Alan Ford e il gruppo TNTCosa più fattibile sarebbe fare un Diabolik. Il personaggio è eccezionale e l’ambientazione delle storie possiede un potenziale visivo altissimo. Con tutte quelle scogliere e quelle case pazzesche... ci piacerebbe tantissimo.
So che
i francesi l’hanno opzionato, ma sembra che siano un po’ fermi. Sarebbe un’ottima occasione per noi realizzare un film che sia contemporaneamente a modo nostro e aperto ad un grande pubblico.

Oggi su cosa state lavorando?
Stiamo leggendo le sceneggiature appena arrivate di "Coliandro 2", che gireremo a fine estate a Bologna.
La Rai è rimasta molto contenta della prima serie, nonostante la brutta collocazione nel mese di agosto, da imputare più a una mancanza di fiducia di Raidue. Alla fine Raidue ha fatto un alto audience tanto che si è scusata con Rai Fiction per non averci creduto fin dall’inizio. Quindi si spera che la programmazione della seconda serie (4 episodi) sarà migliore.

E il cinema?
Beh, con lentezza. Sono passati sei anni da "Zora" a "Piano 17", ma speriamo non passino altrettanti per il prossimo. Fare cinema è un’esperienza bellissima, ma faticosa. Il fatto è che non siamo disposti a scendere a compromessi.
L’unico cruccio di "Piano 17" è che nonostante il successo non è riuscito a fare proseliti. Noi speravamo potesse servire da esempio per smuovere un po’ altri autori a impegnarsi nella realizzazione di film di genere, ma non è stato così.

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14 novembre 2006

Niccolò Ammaniti intervista KinemaZOne

di Ferdinando Carcavallo

Dopo aver invano inseguito lo scrittore romano per una banalissima intervista email, siamo riusciti ad ottenere di più.
Ecco una intervista vera soltanto a metà di Niccolò Ammaniti ad uno dei più belli e culturalmente attraenti suoi lettori.

Niccolò Ammaniti: Ciao Kinema. Ti vedo in forma.
KinemaZOne: Grazie, Nic. Anche tu, pero' ti preferivo con la barba.
NIC: Provvedero'. Veniamo al tema dell'intervista. Partiamo subito con una domanda secca. Ti è piaciuto il mio nuovo libro "Come Dio Comanda"? Rispondi si o no.
KZO: Posso rispondere dopo a questa domanda?
NIC: E come no. E' tuo il blog... Passiamo allora ad un altra. Prima di questo hai letto altri miei libri?
KZO: Eccome. Li ho letti tutti, a parte la Global Novel ...come si chiama?
NIC: Ho capito...non mi ricordo. E qual'è il tuo preferito e quello che meno ti è piaciuto?
KZO: Quello che mi è piaciuto di meno è sicuramente "Branchie", ma anche perchè l'ho letto dopo tutti gli altri e quindi l'ho trovato troppo "giovanilistico". Mentre quello che mi è piaciuto di più è "Fango".
NIC: Ma "Fango" è una raccolta di racconti.
KZO: E infatti, Niccolò, credo che tu dia il meglio di te nei racconti. Anche quello di "Crimini" (Il mio tesoro) era un capolavoro.
NIC: Quindi, stai dicendo che i miei romanzi non ti piacciono?
KZO: No...forse è un limite mio...ma i tuoi romanzi, in fondo, mi sembrano cuciture (a volte un po' forzate) di bellissimi racconti.
NIC: In che senso?
KZO: Nel senso che ogni personaggio è una storia che in qualche modo si intreccia con quella di qualcun altro e ...
NIC: Ma la maggior parte dei romanzi moderni sono così
KZO: Si, ma nel tuo caso l’amalgama che tiene insieme le storie non sempre riesce ad essere efficace.
NIC: A cosa ti riferisci?
KZO: In "Ti prendo e ti porto via", per esempio, i personaggi erano anche geograficamente distanti tra loro ed il bello di quel libro è che fino alla fine (o quasi) non si intravede un punto di unione e quando questo arriva sembra di cominciare a leggere un nuovo libro…
NIC: E invece, in "Come dio comanda"?
KZO: In "Come Dio comanda" accade esattamente il contrario. Il romanzo inizia corale, tutti i personaggi si muovono sullo stesso territorio e con un fine comune, poi ad un certo punto si disgregano. Quindi di punto in bianco da un romanzo si passa ad una serie di racconti.
NIC: E’ questo, nel caso fosse così, non ti è piaciuto?
KZO: Non fraintendermi, hai scritto un grande libro (il migliore che ho letto quest’anno) ma stavolta la tua passione per i ritratti umani è andata un po’ oltre il tollerabile.
NIC: In pratica?
KZO: In pratica, Niccolo’, a cominciare da due terzi del libro ho cominciato a desiderare che terminasse al più presto.
NIC: Beh, posso chiederti in quanto tempo lo hai letto?
KZO: Perché me lo chiedi?
NIC: Poi ti dico. In quanto tempo?
KZO: Fammi pensare…circa un mese.
NIC: Un mese?
KZO: Circa. Mica tutti i giorni ho il tempo di leggere…
NIC: Vabbè, ma se ci metti un mese a leggere un libro come puoi pretendere di coglierne appieno lo spirito?
KZO: Che c’entra?
NIC: C’entra e come. E come se ti dicessi che a me "C’era una vota in America" non è piaciuto perché era troppo lento, dopo pero’ che per due mesi ho visto uno spezzone alla settimana…
KZO: Che paragone è? Il film è un’opera che va vissuta come esperienza continua.
NIC: Ed anche un libro, almeno un mio libro. Non dico che va letto tutto d’un fiato - in una notte piovosa per esempio - ma almeno nell’arco di una settimana (massimo). Un libro richiede concentrazione, devi dedicargli un pezzo della tua vita e non delle briciole.
KZO: beh, forse hai ragione.
NIC: Se tu che ce l’hai.
KZO: Mi hai covinto. "Come Dio comanda" è un’esperienza di una notte…una botta e via.
NIC: Occhéi, finiamola qua. Vuoi dire ancora qualcosa?
KZO: Vorrei farti una domanda. Posso?
NIC: Certo.
KZO: Ti hanno iscritto a un gioco grande?
NIC: ?

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16 giugno 2006

Incontro con Arnoldo Foà all'Ischia Film Festival

di Ferdinando Carcavallo

Arnoldo Foà e Ferdinando CarcavalloL’immagine di Arnoldo Foà che ho impressa nella mente da quando ero bambino lo ritrae vestito da Rigoletto che sulle note di Quanno mammeta t’ha fatto canta “Comme facezia ‘e Mantova nisciuno è meglio ‘e me”.
Ma Foà è molto più di un attore televisivo. Novant’ anni di cui 70 di teatro, con significative escursioni al cinema e innumerevoli presenze televisive.
Non ho mai fatto distinzione tra cinema teatro e televisione nelle mie scelte. Ho fatto tutto con lo stesso obiettivo: quello di arrivare al pubblico con qualcosa di interessante.
Nessuno snobismo.
In televisione ho fatto Shakespeare e i musicarelli con il Quartetto Cetra, e al cinema ho lavorato con rispetto e impegno per Blasetti e quei tre della Gialappas, ma sempre cercando di fare cose intelligenti. E credo di esserci riuscito, per quello che a 90 anni riesco a ricordare.
Scherza molto sulla sua età, Arnoldo Foà, seduto beatamente sulla terrazza dell’albergo Miramare Castello ad Ischia dove è ospite d’eccezione per l’apertura dell’Ischia Film Festival.
Nel film Antonio il guerriero di Dio di Antonello Belluco, presentato ad Ischia il 13 giugno, interpreta papa Gregorio IX.
E’ il quarto papa che faccio e una volta ho dato anche la voce a Dio, e per un ateo è una bella soddisfazione.
Riguardo la lavorazione del film non ha molto da dire.
La mia è una parte davvero piccola. Ricordo però un episodio curioso. La scena che ho fatto è stata girata nella cripta di una chiesa romana dove la salma di Pio IX è conservata in una teca di cristallo per essere visibile ai visitatori. Ebbene, in una pausa della lavorazione i tecnici della troupe hanno adibito la teca a tavolo per la colazione, vi si sono anche seduti sopra scherzando con le sarte. Il tutto senza nessuna intenzione dissacratoria, ma la visione di quella situazione paradossale mi ha impressionato.
Un novantenne davvero sui generis e ancora attivissimo.
Il cinema lo frequento poco, sia come spettatore che come attore, ma lavoro ancora in teatro, la mia passione primaria. Il 4, 5 e 6 agosto debuttiamo con ‘Sul lago dorato’ di Ernest Thompson a Borgio Verezzi, con Erica Blanc e per la regia di Maurizio Panici.
La nostra chiacchierata è interrotta da due turisti anziani a passeggio per la spiaggia dell’albergo che chiedono a Foà il permesso per ‘fare una fota al panoramo'. Foà è divertito dalla cosa.
Non siamo mica i proprietari dell’albergo. E nemmeno i bagnini.
Il maestro guarda l’anziana coppia con tenerezza e comincia a navigare tra i ricordi ischitani.
Più di quarant’anni qui fa incontrai la mia prima moglie, con la quale ho avuto due figli. Io ero in barca e approdai una notte ad Ischia per un guasto al motore. La conobbi in un night dove suonava un cantante napoletano molto in voga all’epoca. Ballammo tutta la notte e il giorno dopo lasciò l’isola con me.
Se al cinema è già da tempo un clandestino, sulla televisione (che ho fatto nascere) è molto critico.
Lo dicono tutti e lo dico anch’io. La televisione una volta aveva il compito di portare la cultura nelle case, a quelle persone che per mancanza di mezzi, per pigrizia o per impegni non potevano andare a teatro o a cinema o leggere dei libri. Oggi la televisione è al servizio dell’audience e della pubblicità inseguendo i gusti del popolo e questo è sbagliato, anche se molto più facile.
Passi per le televisioni commerciali, ma la Rai, come Servizio dello Stato, dovrebbe distinguersi e non ricercare sponsor e pubblicità. Paghiamo le tasse per l’istruzione e le Università così come per la televisione, no?

E l’Italia che sicuramente è cambiata in questi anni gli piace ancora?
Non sono mai stato un comunista, ma quando anni fa ho rivisto i fascisti al governo ho detto “oddio” e me ne sono andato a vivere per un po’ alle Seychelles. Oggi la situazione sembra un po’ cambiata e vivo a Roma. Speriamo bene. Ma, politica a parte, l’Italia è un paese bellissimo. Guarda un po’ qua.
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25 gennaio 2006

K come Kriminal (e KinemaZOne). Intervista a Max Bunker

Intervista a Max Bunker di Ferdinando Carcavallo

Io l'adolescenza l'ho passata a vedere film di Totò, ascoltare canzoni di Bennato (Edoardo) e a leggere i fumetti di Max Bunker. Qualunque lato strano della mia personalità trae origine, dunque, dalla miscela di questi tre ingredienti fondamentali. In effetti, a lunga distanza, devo dire che i tre personaggi hanno qualcosa in comune. Totò sta al cinema come Bennato alla musica e come Max Bunker ai fumetti.
Questa breve premessa iper-personale solo per farvi capire con quanta emozione sto ad introdurre l'intervista che KinemaZOne è riuscito ad avere con il grande (noster semper noster) Max Bunker.
Max Bunker è l’unico autore di fumetti italiani a scrivere ininterrottamente da 36 anni le storie di un suo personaggio. Dal 1969, infatti, Alan Ford esce nelle edicole italiane mensilmente con una nuova storia. Ma Alan Ford non è che una delle creature di Max. Oltre ai personaggi del gruppo TNT Max ha dato i natali ad icone come Kriminal, Satanik, Maschera Nera, Fouchè, Dennis Cobb, Daniel, Maxmagnus ed altri.
Nel fumetto Max Bunker, quindi, ha (re)interpretato tutti i generi, a cominciare dal noir. Negli anni ’60 in Italia il fumetto nero ebbe un boom incredibile. Tra tutti sopravvissero Diabolik, Kriminal e Satanik, ma i personaggi di Bunker si diversificavano dal ladro trasformista delle sorelle Giussani per la componente grottesca ed erotica.
Oggi Max Bunker, oltre a continuare ad occuparsi di Alan Ford, scrive gli episodi di tre sue nuove creature, Kerry Kross, Beverly Kerr e Padre Kimberly con le quali è tornato al genere noir-poliziesco degli esordi, come è evidente dalla lettera K ricorrente nei nomi, a ricordare Kriminal e SataniK.

KinemaZOne: Max, nei film su Kriminal di Umberto Lenzi e in quello su Satanik di Vivarelli, la componente grottesca e umoristica tipica dei tuoi personaggi non traspariva quasi per niente. Fu una scelta concordata o un fallimento dell’adattamento?
Max Bunker: I produttori di quei film vedevano i personaggi solo ed esclusivamente nell'ottica drammatica. L'ironia non era affatto gradita. Inoltre io ero molto giovane allora e non avevo grandi possibilità di trattativa.Il mito del "grande" Max Bunker non era ancora deflagrato.

KZ: Dopo Satanik il cinema non è stato nei tuoi pensieri per un po’, anche se si è parlato di una trasposizione cinematografica di Alan Ford ogni volta che qualche regista si è lasciato andare in citazioni più o meno esplicite (Kusturika, i fratelli Cohen). Ci racconti quanto in questi anni ci siamo andati vicino?
MB: Ci sono stati circa una ventina di produttori italiani e non che nell'arco del tempo mi hanno contattato per ottenere i diritti cinematografici di Alan Ford. Ho sempre rifiutato perchè penso che una valido film su Alan richiederebbe un budget multi milionario in euro e un cast stellare. Se c'è qualcuno che vuole osare l'inosabile sono pronto ad ascoltarlo.

KZ: Come Max Bunker nel 1982 hai diretto e prodotto il film “Delitti, amore e gelosia” con Saverio Marconi e Fiorenza Marchigiani . Come fu la cosa? Come mai finisti addirittura a dirigerti un film?
MB: Per una serie di situazioni favorevoli si era prospettata la possibilità di fare una esperienza cinematografica.Scrivere sceneggiature come le scrivo io dettagliate, quadro per quadro, guida dell'immagine, dialogo, equivale a una direzione registica. Ho goduto dell'ottima collaborazione del maestro della fotografia Marcello Gatti che sapeva interpetare alla perfezione la mia visione del racconto. Ci fu anche chi remava contro ma nel complesso è stato divertente.
KZ: Il film non fu molto ben distribuito, qual’era la storia. Quanto dei personaggi dei fumetti di Max Bunker c’era dentro?
MB: Il film non fu molto fortunato, come tutti quelli che uscirono in quel periodo di crisi profonda del cinema, specialmente quello italiano. Non c'era nessun personaggio di fumetti. La sceneggiatura la feci prendendola da un breve romanzo che scrissi anni fa "Il commissario Clerici" che è tutt'ora inedito.

KZ: Come Luciano Secchi, il tuo alter ego letterario, al cinema ci sei andato alla grande. Nel 1978 Bruno Corbucci diresse Renato Pozzetto e Enzo Cannavale in “Agenzia Riccardo Finzi, praticamente detective” tratto da un tuo romanzo giallo, già premio Bancarella. Il film ebbe un certo successo (era il periodo d’oro di Pozzetto), ma come esperienza dal tuo punto di vista?
MB: Pozzetto veniva dall' insuccesso del film "Saxofone" e si impegnò non poco per entrare dentro nel personaggio di Riccardo Finzi che per certi versi gli stava bene addosso. Il film finì terzo negli incassi dell'anno.
KZ: Oggi il fumetto sta rivivendo un buon periodo, anche grazie al cinema americano che lo ritiene la principale fonte di ispirazione. Pensi che gli adattamenti cinematografici dei comics possano essere efficaci anche quando non si tratti di Supereroi?
MB: Non è questione di super-eroi o minor-eroi , è questione di quanti soldi si investono nel progetto. Come ho già detto su Alan Ford se il budget fosse ricco come dovrebbe essere, verrebbe fuori un film ultra-efficace.

KZ: Con i tuoi personaggi più recenti, Kerry Kross, Padre Kimberly e Beverly Kerr sei tornato al giallo. Si tratta, in effetti, di personaggi molto ben definiti che ben si adatterebbero ad una fiction, magari un serial televisivo. Hai mai avuto proposte in tal senso?
MB: Per Kerry Kross un paio di proposte, tutte e due dagli USA: Una per una serie televisiva (sfumando molto sulla omosessualuità del personaggio) e un'altra per un film. Il discorso è tutt'ora aperto. Stesso discorso per Beverly Kerr e Padre Kimberly che interessano molto un produtore italo-americano che li ha opzionati. Beverly aveva suscitato un certo interesse in un produttore francese. Niente da segnalare dall'Italia.
KZ: Cinema a parte, quali sono i progetti di Max Bunker per far conoscere i propri capolavori ad un pubblico giovane più vasto?
MB: C'è una sola chiave per aprire un discorso più vasto, quella del prezzo di vendita che deve essere molto contenuto e con questi chiari di luna è una cosa un po' ardua ma non impossibile. Ho in mente e sto già facendo i primi sketch, un nuovo personaggio. L'unico handicap è il tempo. Purtroppo una giornata ha solo 24 ore.

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25 settembre 2005

Carlo Lucarelli e KinemaZOne politically incorrect

di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi


Carlo Lucarelli - www.kinematrix.itCarlo Lucarelli, oltre ad essere Re Media della cultura italiana contemporanea è anche persona estremamente disponibile e disposta al dialogo. Grazie a quest’ultima qualità KinemaZOne, nelle sembianze umane (insomma…) di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi, è riuscito ad avere un intervista con lo scrittore bolognese in cui si è parlato un po’ di tutte le sue esperienze - letteratura (principale attività), fumetto, passando per il cinema, radio, internet e televisione - più alcune interessanti riflessioni sulla censura televisiva e cinematografica di oggi.

:::LA TELEVISIONE:::

KinemaZOne: Carlo, la Rodeo Drive sta realizzando dei minifilm tratti dai racconti della raccolta Crimini. Il tuo racconto Il terzo sparo non verrà adattato. Come mai? Problemi di censura?

Carlo Lucarelli: No. Quando è stato concepito il progetto il mio racconto ancora non esisteva. Dal momento che non avrei avuto il tempo di scriverlo in tempo utile hanno acquistato un mio vecchio racconto ("Rapidamente" da "Medical Thriller") , cosa che mi ha reso molto più libero nello scrivere il racconto per "Crimini" perchè avrebbe avuto una collocazione esclusivamente letteraria. Tutto qui.

Indagine su un cittanino al di sopra di ogni sospettoKZ: Il poliziotto corrotto, quindi, come quello protagonista de Il terzo sparo, è ancora un personaggio che desta preoccupazione, almeno fuori dai libri?

CL: Si, certo. I poliziotti corrotti sono un classico della letteratura noir, sia straniera che italiana, e essere politicamente scorretti è quasi una caratteristica fisiologica del genere. Lo siamo e lo possiamo essere senza problemi… in letteratura. La cosa cambia quando si parla di cinema e televisione in Italia (che a volte è la stessa cosa, soprattutto se i soldi per fare il film vengono dalla tv). Lì il concetto di politicamente scorretto si restringe notevolmente e ha limiti di tolleranza che permettono di andare poco lontano. I tempi di Elio Petri e "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" sembrano passati da un pezzo…

La fiction tv 'Carabinieri' - www.cinecitta.comKZ: Una sorta di involuzione della libertà di espressione, quindi. Ma la censura televisiva non dovrebbe tutelare la sensibilità degli spettatori? Quale categoria di spettatori si sarebbe potuta sentire turbata da una storia come Il terzo sparo?

CL: L’Amministrazione della Polizia di Stato, direi, e nessun altro. Gli spettatori sanno benissimo che noi mettiamo in scena una realtà volutamente esasperata, proprio per rendere visibili pericoli e contraddizioni (anche se la storia della banda della Uno Bianca sarebbe già esasperata di per sé) e non si turbano. Semmai colgono l’occasione per riflettere. Un’immagine elegiaca delle istituzioni viene percepita come falsa in un noir e risulta un po’ fastidiosa - e alla fine controproducente - di quella sporca che a volte offriamo noi.

Gian Maria Volontè - www.italica.rai.itKZ: Ma esiste una differenza tra la censura televisiva e quella cinematografica?

CL: Esiste quando il cinema non prende soldi dalla televisione e non si lascia condizionare dal diritto di antenna che quantifica un eventuale passaggio televisivo. Per esempio, il citato Indagine su un cittadino… con il bravissimo Gian Maria Volontè, se non fosse stato realizzato prima, riusciremmo ad immaginarcelo come una miniserie televisiva su RAI1 alle nove di sera? Non credo, e non solo per la tensione erotica della vicenda. E se come film fosse coprodotto dalla Rai o Mediaset probabilmente il risultato sarebbe lo stesso.

Blu Notte - www.international.rai.itKZ: Capita mai che ti censurino un’uscita televisiva?

CL: No, non mi è mai successo, né per quanto riguarda "BluNotte" né per le cose tratte dai miei romanzi (che devono ancora andare in onda). Abbiamo subìto, io e gli altri sceneggiatori, pressioni che non potremmo definire censura, semmai “prudenza”. La televisione tende a rifare quello che è stato già fatto e a non sperimentare per paura che vada male, per cui quando si imbarca in un progetto un po’ strano prova a normalizzarlo togliendo tutto quello che può sembrare diverso. Noi abbiamo fatto un po’ di resistenza e gran parte delle nostre idee sono passate. Si tratta sempre di un compromesso, ma nel mio caso è stato largamente accettabile*.

L'ispettore Coliandro - www.raifiction.rai.itKZ: A proposito di progetti televisivi, già da un po’ di tempo sono stati realizzati per la Rai, da te e i Manetti Bros, quattro episodi tratti dalle storie dell’ispettore Coliandro, con Gianpaolo Morelli ed Enrico Silvestrin, ma finora nessuno li ha visti. Erano in programmazione per questo autunno, ma la sovrapposizione con Distretto di polizia 5, in cui compare Morelli, ha causato un’ulteriore slittamento. Qualche commento in proposito?

CL: In effetti è così, e non possiamo farci niente. Vedere Morelli in due fiction contemporaneamente sarebbe strano. Spero che mandino in onda i film abbastanza presto perché sono curioso di vedere le reazioni. A me piacciono molto e se funzionano possono aprire la strada ad un tipo di noir duro e umoristico allo stesso tempo, e anche un po’ (soltanto un po’) politicamente scorretto.

KZ: Cosa hai visto in TV ultimamente e ti è piaciuto?

CL: Ho rivisto serie televisive come "I Soprano" e una che poi è sparita che si chiama "The Shield" (ndr. Italia1, domenica sera ore 21.00) e che era veramente “sporca”. Non so che fine abbia fatto. Per il resto non ho visto molto…


:::IL FUMETTO:::

Alta CriminalitàKZ: Le tue incursioni nel fumetto sono tutt’altro che rare: Coliandro con Catacchio ha goduto di un buon riscontro di vendite, considerando che non era un prodotto per la grande distribuzione. Poi c’è stata l’esperienza con Dylan Dog (n. 153, “La strada verso il nulla”) ed ora il racconto breve “Il delitto di Natale” disegnato da Claudio Villa nell’antologia “Alta criminalità”. Dobbiamo attenderci altro?


CL: Per adesso no, perché sono impegnato in altre cose, ma mi piacerebbe fare altre esperienze. Il fatto è che scrivere per il fumetto è difficilissimo…almeno per me. Richiede una tecnica narrativa molto particolare, che non si può improvvisare così. Però mi piace…da una grande soddisfazione, soprattutto quando si è in sintonia con il disegnatore.

Gea - www.spaziojml.itKZ: La recente iniziativa della Edizioni Becco Giallo con “Una bomber” e “I delitti di Alleghe” sembra fatta apposta per i tuoi “Misteri Italiani”. Cosa ne pensi del fumetto italiano di genere (giallo/poliziesco)?

CL: Il fumetto italiano mi piace. Mi piace la capacità che ha di fondere i generi (penso a Brendon, Napoleone o Gea, che mi piace moltissimo). Credo però che l’affermazione attribuita all’area Bonelli per cui “Mani in alto, Frank!” suona meglio di “Mani in alto, Francesco!” abbia penalizzato lo sviluppo di un fumetto di genere veramente italiano, anche come ambientazione. I fumetti del "Becco Giallo" mi sono piaciuti moltissimo e mi sembra un’ottima idea per raccontare la nostra storia recente. Spero che continuino alla grande.

KZ: Qual è l’ultimo fumetto che hai letto e ti è piaciuto?

CL: Mi sono riletto tutti i Frank Miller su "Sin City", data l’uscita del film che ho visto in ritardo. Mi sono piaciuti come la prima volta.


:::IL CINEMA:::

Dario Argento - www.italica.rai.itKZ: La tua avventura nel cinema ti ha visto al fianco di un maestro indiscusso del thriller all’italiana come Dario Argento con Nonhosonno, ma non ha generato proprio un capolavoro (perdona la franchezza). Cosa non ha funzionato?

CL: Non saprei, io ho solo collaborato alla sceneggiatura precisando la figura dei poliziotti e fornendo un piccolo contributo alla struttura del giallo. A me non è dispiaciuto, ma credo che un capolavoro come "Profondo Rosso", a cui il film voleva arrivare, non sia raggiungibile.

Almost Blue - www.kinematrix.netKZ: Di altro livello l’adattamento del tuo “Almost Blue” realizzato da Alex Infascelli (quest’ultimo al suo debutto con quel film). Cosa ne pensi del risultato finale?

CL: Qui proprio non ho collaborato in alcun modo e sono andato a vedere il film da spettatore. Il film è molto diverso dal romanzo, e Infascelli interessavano cose diverse da quelle che mi hanno spinto a scrivere quella storia, tipo i colori visti dal ragazzo cieco e la figura di Grazia Negro. E’ un film visionario e molto duro, che mi è piaciuto ma mi ha deluso dal punto di vista della struttura narrativa. Credo che in questo senso nel film ci siano molte parti del mio lavoro di cui avrebbe potuto benissimo fare a meno.

Incubatoio 16KZ: La dimensione del racconto pare esserti particolarmente consona. Nell’introduzione de Il lato sinistro del cuore applichi l’efficace metafora albero-romanzo/bonsai-racconto. L’equivalenza vale anche per il cortometraggio? Non pensi sia una perfetta modalità di narrazione (soprattutto in termini di tempistiche) per il genere giallo/poliziesco/mistery?

CL: Non lo so. Il noir e il giallo hanno bisogno di una preparazione abbastanza lunga prima di lanciare l’epilogo e il colpo di scena. Con la scrittura tutto questo si può considerare in poche parole e molte elisioni. Non so se si possa fare lo stesso con l’immagine. Ma io sono uno scrittore, e ragiono da scrittore, magari sbaglio…

Laura di RiminiKZ: Hai mai pensato di occuparti in prima persona nella direzione di un film?

CL: Me lo hanno proposto ed ho accettato, anche se si tratta di una co-regia assieme a Fabio Sabbioni. Dovremmo girare “Laura di Rimini”, ma aspettavamo il finanziamento dallo Stato e siamo stati bocciati. Peccato perché sembrava che il progetto potesse avere una sua solidità sia dal punto di vista autoriale che commerciale. Comunque, vedremo…

KZ: Quale tua storia vorresti fosse adattata per il grande schermo e con quale cast?

CL: L’isola dell’angelo caduto. Non sono bravo con il cast, ma se potessi scegliere il regista vorrei Roman Polanski.

KZ: Vedi più adatta alle tue storie una versione cinematografica, una fiction o un fumetto?

CL: Scarto la fiction perché le produzioni televisive hanno troppi problemi, tipo l’esigenza di essere una miniserie in più puntate, piacere per forza a tutti e avere campi lunghi e dialoghi semplici se no la gente si distrae e cambia canale (naturalmente non è vero, ma questo non importa). Al fumetto preferisco il cinema, ma solo perché ho più dimestichezza con le strutture narrative di quel mezzo e riesco ad immaginare meglio gli adattamenti.

KZ: Prima di salutarci, Carlo, vuoi anticiparci qualcosa di “Eritrea”, il nuovo romanzo a cui stai lavorando?

CL: E’ un romanzo diverso da quelli che ho scritto fino ad ora. E’ corale, con tanti personaggi e tante storie che si intrecciano, non solo noir. Sto facendo esperimenti e mi sta piacendo molto. Ci sono dentro, che è meglio che dire sono all’inizio ma non è ancora come dire che lo sto finendo. Se viene come spero sarà molto bello. Spero.


E non abbiamo motivi di dubitarne. Tra l’altro a prova della complessità del nuovo lavoro ci sono le immagini che Lucarelli ha pubblicato sul suo blog carlolucarelli.splinder.com che ritraggono le condizioni del suo studio durante la lavorazione.


*) 4 ottobre 2005: Il senatore Francesco Servello di An ha presentato un'interrogazione parlamentare nei confronti della puntata di Blu Notte dedicata alla violenza degli anni '70. L'esponente di An ha denunciato il carattere tendenzioso della ricostruzione, incompatibile con la funzione di servizio pubblico svolto dalla RAI. Secondo Servello inoltre i commenti e i racconti del conduttore sono apparsi orientati politicamente ed ideologicamente. Il senatore ha chiesto iniziative per accertare le cause che hanno permesso una così grave violazione delle regole del servizio pubblico e per richiamare, secondo quanto previsto dal contratto di servizio, i dirigenti della RAI alle loro responsabilità.

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21 giugno 2005

Storaro (e KinemaZOne) all'Ischia Film Festival

di Ferdinando Carcavallo

Non che sia avvezzo ai festival cinematografici, ma ho visitato i luoghi dove questi si svolgono. Quindi ho visto Cannes, Hollywood e Venezia. L’Ischia Film Festival si svolge – come i meglio informati sanno – ad Ischia, e non è per campanilismo se mi sento di affermare con certezza che tale locazione è la migliore. E infatti tema principale dell’IFF sono le location cinematografiche, con una naturale predilezione per l’isola verde e le altre isole del Golfo di Napoli.
Il festival si è inaugurato ieri sera con un cocktail in un albergo sul mare ai piedi del Castello Aragonese ed è proseguito con una mostra fotografica (Roma – la città del cinema) alla torre di Guevara e la proiezione di un film (Il Mulatto) di De Robertis con Umberto Spadaro girato nel 1949 ad Ischia e restaurato per l'occasione.

Già da questa prima giornata l’IFF si è delineato come un festival (ancora) molto lontano dal frastuono della mondanità e dal clamore delle promozioni, e per questo un’occasione d’oro per concentrarsi sul valore estetico dell’opera cinematografica. In questo contesto cala alla perfezione la presenza come Guest Star (ma anche patron) di un artista come Vittorio Storaro. E oltre che un artista, Storaro, è anche una persona estremamente disponibile, tanto che al cocktail di inaugurazione del festival ha concesso un po’ del suo tempo a KinemaZOne, grazie anche alla benevolenza di Enny Mazzella. Appena mi ha visto mi ha chiesto cos’era quel brutto simbolo sulla mia maglietta.Gli ho spiegato che non era il simbolo di una setta satanica ma il logo di Blair Witch Project, forse l’ultimo Horror girato a Hollywood, prima dell’arrivo degli horror giapponesi.
Non conosco… Non amo l’Horror ha risposto il maestro, anche se nella sua filmografia compaiono Dario Argento e l’ultimo
Esorcista.

Con Argento ho fatto "L'uccello dalle piume di cristallo" che non era un Horror. Era un giallo psicologico. Una storia bellissima. Fu un bel lavoro, anche se non lo ricordo con piacere per via della rottura con la produzione, specialmente con il padre di Dario (KZ: Salvatore Argento)… Riguardo l’ultimo "Esorcista" poi, la storia è lunga. Firmai il contratto quando lessi il copione di Frankheimer, che purtroppo morì nel 2002. Il film passò poi a Paul Schreder completamente sconvolto, molto più psicologico, e già lì avrei voluto interrompere la collaborazione, ma non potevo. La produzione si sarebbe spostata a Cinecittà praticamente per me. Alla fine anche Schreder fu sostituito.

Avrei voluto chiedergli un parere sul ruolo del Direttore della Fotografia nell’era del digitale, dove praticamente le location sono create con la computer graphic, ma mi ha interrotto all’inizio contestandomi (amabilmente) sulla definizione.

Non esiste il Direttore della fotografia. E’ una definizione errata, tutta italiana. Io vorrei cambiarla. Nel film c’è un solo "director", ed è il regista. Io riconosco l’autorità del regista, è lui che dirige e basta. E’ inconcepibile avere due direttori. Come se in un’orchestra tu dirigessi gli archi e io gli altri musicisti.

E’ allora che definizione possiamo usare?

Dal Greco, come sempre. Il Fotografo è colui che scrive, racconta con le luci. Photo(luce) Grapho (Scrivere). Nel mio caso c’è da aggiungere la parola "Kine" perché c’è il movimento. Quindi la definizione esatta è quella americana Cinematographer. In Italiano potremmo dire Fotografo Cinematografico o Cinefotografo.

Il programma dell'IFF

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