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31 maggio 2021

Netflix è stanca della nostra indecisione e ci dirà lei cosa guardare.


"A volte la scelta migliore è non scegliere affatto."

Con questa inquietante frase Netflix presenta la nuova funzione "Riproduci qualcosa" con la quale è lei a scegliere cosa farci vedere in base ai dati in possesso sulle nostre abitudini di visione e, si spera, sulle valutazioni date ai contenuti scelti. Può proporci una nuova serie, qualcosa che abbiamo iniziato a guardare e poi interrotto (magari perché non ci piaceva?) o qualcosa che probabilmente ci interessa riguardare.

Il video di presentazione della nuova funzione è molto ironico e l'espressione di disgusto del telecomando umanizzato ricorda il logo "Amazon" sottosopra, ma sarà un caso.

Vero è che oggi si passa più tempo e scegliere qualcosa da vedere che non a guardare effettivamente (non solo su Netflix), ma avremmo gradito un'aggiornamento della navigazione del catalogo e una revisione dell'algoritmo dei consigli, che magari si limitasse alle nuove uscite o una configurazione per genere dei profili utente, piuttosto che demandare la scelta al telecomando.
Per questo c'è già la tv generalista.

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12 ottobre 2016

Travel Companions: Il format della web serie italiana vola in USA

di Ferdinando Carcavallo
Che la web serie Travel Companions piacesse all'estero l'avevamo capito già nel 2011, quando dopo meno di un anno dall'inizio della pubblicazione vincemmo il premio come miglior web serie straniera alla seconda edizione del "Los Angeles Web Series Festival".
Sempre ad Hollywood, dopo quattro anni dall'ultima puntata della serie, si rinnova l'interesse per il format della web serie realizzata da me e Luca Napoletano addirittura per l'acquisizione dei diritti di adattamento del format in USA e Canada.
Infatti, un producer californiano molto attivo ultimamente nel mercato dei format seriali - e che per ora vuole rimanere anonimo - ha sottoscritto con KinemaZOne  un accordo per utilizzare il format e produrre una serie TV comedy tratta proprio da Travel Companions.

Son cose che fanno piacere, no? Anche se qualcuno potrebbe pensare che abbiamo venduto la Fontana di Trevi al turista americano di turno - come Totò e Nino Taranto nella celebre scena con Ugo D'Alessio.
Infatti l'idea di due personaggi in auto non certo inedita prima di Travel Companions, ma il contesto fiction, l'ambientazione lavorativa, la ripresa in pianosequenza senza tagli e il road action contribuiscono, evidentemente, a conferirne originalità.

Anche il sottoscritto si è stupito quando è stato contattato la prima volta, perché - diciamocelo - qui da noi non è che si riservi all'idea la stessa dignità del prodotto. Dopo Travel Companions sono state prodotte altre serie web ambientate in auto (anche in USA) con diverse varianti, tranne in un caso specifico in cui le varianti erano ridotte davvero al minimo, ma nessuno si è mai preso la briga almeno di citare pubblicamente il precedente.

Adesso aspettiamoci di vedere (presto... ;-)) una serie made in USA (o CANADA) liberamente tratta da un format italiano e vediamo che effetto fa.

P.S. No, niente soldi, per ora!
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28 giugno 2016

La gelosia del Dottor Foster su Netflix, in attesa della season 2

Bella sorpresa quella di "Doctor Foster", la serie inglese della BBC su Netflix Italia dal 21 marzo.
Intepretata da Susan Jones e Bertie Carvel, la serie racconta di un medico inglese, donna in gamba, moglie innamoratissima sposata ad un architetto che la adora, che un giorno, per un banalissimo capello biondo su un indumento, comincia pian piano a farsi ossessionare dalla gelosia. 
Le sue brevi indagini la porteranno di frote ad una verità che va ben oltre i suoi timori.
Tutto questo nella prima delle sei puntate (di un'ora ognuna) della serie. 
Dirvi come si sviluppano le successive equivarrebbe a togliervi lo "sfizio" di vederlo.
Definire il genere di questa serie non è semplice (un po' come per River): sicuramente un drama, a tratti un thriller ma le contaminazioni sembrano essere anche altre.
La prima stagione di "Doctor Foster" risale al 2015 e sappiamo che è prevista una seconda stagione per il 2017, notizia che un po' spoilera il finale (soprattutto se vai a sbirciare i personaggi che ritorneranno e quelli scomparsi).

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26 febbraio 2008

Perchè Sanremo è Sanremo?

di Ferdinando Carcavallo

Ebbene sì, lo confesso. Io ogni anno faccio di tutto per vedere tutte le serate del Festival di Sanremo, compreso il dopofestival, e sono ancora più accanito quando a presentarlo è Pippo Baudo.

E' un vizio che mi porto dietro da anni e che dopo il matrimonio è diventato ancora più forte. Non dico che lo aspetto tutto l'anno, ma quando arriva sono lì pronto a farmi inondare di tutto quello che la tivvù scarica.

Gossip, dietro le quinte, ritorni, novità sono la mia droga e quanche volta, per la serata finale, ho anche stampato l'elenco delle canzoni per fare le votazioni con amici drogati come me.

Nei miei ricordi della dipendenza Sanremese sono due i momenti indimenticabili. Il primo risale al 1983 quando un tal Vasco Rossi (che io conoscevo come pochi altri) fece la sua irruzione al Festival cambiandolo (secondo me) radicalmente per tutti gli anni a seguire e il secondo è nel più recente 1996 quando la partecipazione di Elio e le storie tese - in particolare nell'esibizione di un minuto de La terra dei cachi - decretò per sempre Pippo Baudo a unico ed insostituibile burattinaio della trashissima kermesse.

Quest'anno ci sono ancora gli EELST e stavolta in veste di padroni di casa del dopofestival, dove molto probabilmente daranno spessore alle nuovissime elucubrazioni musicali del CD Studentessi.

Sarò lì ed ogni mattina parlerò a tutti della serata precedente (non lo farò su KinemaZOne solo per questioni di tempo) incurante degli sguardi di disapprovazione di colleghi e amici che "non possono capire" il valore che può avere il karma Sanremo sull'animo di un quarantenne.
Viva Pippo, viva Elio e viva Little Tony!

Il sito Rai del FdS

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15 maggio 2007

Intervista ai Manetti Bros.

di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi

Antonio e Marco ManettiEra da un po’ che KinemaZOne desiderava scambiare due chiacchiere con i Manetti Bros, cineasti tra i più interessanti della “nuova” scena romana. Perché realizzano ciò che piace loro (che sia cinema, video o fiction) e perché dicono ciò che pensano, con cinismo ragionato e saggio. Di chi ne ha già fatte e viste tante. Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi hanno raggiunto Antonio Manetti in pieno orario di pranzo, ma il disponibile regista capitolino non si è certo tirato indietro, neanche con la bocca piena...

Voi nascete e lavorate soprattutto come registi di videoclip (Britti, Neffa, Tiromancino...) e ultimamente avete lavorato molto con Lucarelli e gli altri scrittori della serie Crimini. Vi sentite più a vostro agio nell'adattare un racconto o nel dare immagini ad un brano musicale?
Abbiamo fatto più di cento video musicali, ma non ci consideriamo dei registi di videoclip. Dobbiamo moltissimo al video musicale visto che il nostro nome è diventato famoso per quello, ma per rispondere alla vostra domanda noi abbiamo sempre fatto dei video piuttosto narrativi perché altrimenti ci sentiamo fuori luogo. Ci sono tanti registi di videoclip o di pubblicità che con l’immagine sono molto più bravi di noi, mentre il nostro obiettivo è quello di raccontare una storia. Per questo non siamo mai stati chiamati dalle case discografiche, ma direttamente dai musicisti, grazie ad un rapporto preesistente. Di solito i registi di videoclip hanno rapporti continuativi con le case discografiche e lavorano quasi in serie. La casa discografica è sempre stata nei nostri confronti abbastanza diffidente, per paura o riverenza, non saprei.

Una foto di scena di Torino BoysI primi soldi li avete guadagnati col cinema o con i videoclip?
Di video musicali ne abbiamo dovuto fare parecchi prima di guadagnare qualcosa. Il primo contratto vero fu per il film "Torino Boys" realizzato per la Rai (1997). L’occasione nacque grazie a Marco Bellocchio che insieme alla Film Albatros produceva per la Rai una collezione di film sull’argomento extracomunitari in Italia ("Un altro paese nei miei occhi"). Mio fratello Marco aveva lavorato con Bellocchio come aiuto regista (ne "Il principe di Homburg") e il figlio Giorgio, nostro amico, sapeva che, oltre ad essere registi, eravamo molto amici della comunità nigeriana di Roma. Quindi ci chiese di scrivere un soggetto, che piacque molto e così il progetto andò in porto. Fummo pagati poco, ma fu una bellissima esperienza. Così la Rai cominciò a chiamarci anche per altre cose.

E da lì che nacque la collaborazione con la Rai per Stracult?
Per "Stracult" fu il video di "Supercafone" (Piotta) a farci notare da Marco Giusti. Mentre facevamo Stracult eravamo già impegnati con "Zora"…

Zora la vampiraPer "Zora la vampira" (2000) fu determinante l’incontro con Carlo Verdone...
L’occasione nacque per un video per Alex Britti. Noi avevamo lavorato con Britti già con il videoclip di “Mi piaci” e in quel periodo Alex voleva far dirigere un nuovo video a Carlo Verdone. Verdone scrisse l’idea del video, ma quando mise mano alla parte produttiva, essendo abituato al cinema dove la gestione dei costi è del tutto differente, si rese conto che non era per lui e chiese a Britti di coinvolgerci per la parte più operativa. Così lo incontrammo e in quell’occasione ci chiese un’idea per un film perché aveva voglia di fare il produttore. Noi avevamo già l’idea di "Zora" quasi pronta e gliene parlammo. Gli piacque moltissimo e volle produrlo. Fu la nostra prima e unica grossa produzione.

Grossa produzione come budget, ma poi cinque anni dopo vi siete convertiti al “miracle budget” di "Piano 17".
Noi non l’abbiamo mai definito "miracle budget". E’ stata una definizione affibbiata al festival di Berlino, dove fummo invitati proprio a testimoniare l’esperienza di un film a basso costo. Noi pensiamo che non ci sia un miracolo nel produrre un film a basso costo, ma solo la volontà di farlo. "Piano 17" sarà costato quanto un giorno di riprese di "Zora", per fare un paragone.

Grazie al digitale?
Non direi proprio, su questo siamo abbastanza estremi. Non è l’uso del digitale ad abbassare i costi. E’ vero che la pellicola ha un suo costo, ma é una minima percentuale nei costi complessivi di un film. I costi del cinema italiano sono folli per altre ragioni. La situazione dati alla mano è sconvolgente. Oltre quei 2 o 3 film all’anno i cui incassi superano gli investimenti (quest’anno magari sono stati 5 o 6) per il resto è tutto a perdere. E’ necessario abbassare i prezzi di produzione, e questo significa pagare di meno gli attori e non considerare il cinema un lusso. In America il cinema può essere un lusso, ma da noi no, non possiamo portare sul set camion e roulotte come se niente fosse.

Elisabetta Rocchetti in Piano 17Come siete riusciti a fare un film con 70.000 euro?
Giampaolo Morelli
ebbe l'idea di tre personaggi chiusi in un ascensore, poi insieme a lui e Anatole Fuksas abbiamo fuso l'idea con una nostra vecchia storia così decidemmo di realizzare un film senza nemmeno pensare ad una distribuzione, ma per tenerlo per noi. Il film è costato pochissimo perché non abbiamo pagato nessuno (né attori né troupe), ma secondo i nostri calcoli un buon film in digitale si può fare con 300 mila euro, che al massimo diventano 600 mila su pellicola.

Ma il digitale, permettendo un risparmio di produzione, riduce anche la soglia che c’è tra dilettantismo e professionismo, rischiando di portare ad un proliferare di video, cortometraggi e mediometraggi realizzati con pochi mezzi. Non si rischia così un’inflazione del panorama del cinema giovane?
Ben venga! E’ da tanti anni che si dice che il cinema italiano è in crisi, ma gli spettatori che vogliono vedere cose diverse ci sono, quindi se arriva un altro tipo di cinema, un sottobosco di film coraggiosi, c’è tutto da guadagnare e nella quantità qualcosa di buono deve venir fuori.

Tornando a voi, "Piano 17" è un film di genere, ma del tutto diverso da "Zora la Vampira" (2000), nel quale la componente horror era predominante. Nonostante questa inversione di tendenza, avete continuato a occuparvi di horror producendo "L''Armadio" (2002) e "Il bosco fuori" (2006) di Albanesi.
L’horror è stato (ed è ancora) il nostro genere preferito. I nostri film preferiti sono da ricercarsi nei primi lavori di Peter Jackson, di Wes Craven, di John Carpenter. Ma non so perché, non ci viene più di farlo. Preferiamo produrlo. "Zora", in effetti, aveva delle componenti horror, ma non abbastanza secondo noi, e forse questo è stato un errore.

Come mai l'horror, che in tutto il mondo è un genere in ripresa, in Italia è sempre underground? Lamberto Bava, Albanesi, Infascelli, Soavi e lo stesso Argento sono relegati alla distribuzione in DVD.
E’ una situazione anomala. Negli anni 70 in Italia è stato il genere che ha rivoluzionato il cinema. Bava e Argento sono stati autori veri. Il fatto che perfino uno come Dario Argento negli anni ha cambiato la sua sensibilità è indicativo di una decadenza. Ma il discorso non riguarda solo l’horror. E’ il cinema di genere che in Italia non va, come il poliziesco. Lo stesso "Romanzo Criminale" di Placido, che è stato indicato come un ritorno al poliziesco, può essere considerato un noir- politico ma non un film di genere. Tra l’altro l’horror non è un genere costoso. Carpenter ha dato il meglio di se all’inizio, con i budget più bassi.

Una scena di BlaculaLa vostra passione per il cinema di genere vi ha spesso procurato l’etichetta di “tarantiniani”. Vi sentite abbastanza pulp?
Ma quella dei “tarantiniani” è un etichetta che ci portiamo dietro dai tempi di "Torino boys", che in verità era una commedia che con il pulp non aveva niente a che fare. Adoriamo Tarantino, ma consideriamo "Jackie Brown" il suo film migliore, che in fondo è proprio il meno pulp. La verità è che con Tarantino abbiamo molte affinità sul piano culturale e per gusti. La blackploitation che abbiamo messo in "Zora" (che è ispirato a "Blacula" di William Crain) nasce dalla passione per la blackpoitation americana degli anni ’70, che è la stessa che ha ispirato Tarantino.

Per rilanciare il cinema di genere, Rodriguez e Tarantino si sono inventati il revisionismo del "Grindhouse". Avete mai pensato a qualcosa di analogo per l’Italia, una sorta di "Pidocchietto" ispirato a poliziotteschi e horror degli anni ’70?
L’idea del "Grindhouse" ci piace e in passato è venuta anche a noi. Un paio d’anni fa abbiamo incontrato Enzo G. Castellari e Umberto Lenzi i quali ci dissero di vedere in noi degli artigiani del cinema come loro e con loro progettammo un film a episodi ispirati al poliziesco italiano, ma poi non se ne è fatto nulla.

Thomas Milian e Giampaolo Morelli (Coliandro)Qualcosa però l’avete fatta con "Coliandro". E’ facile riconoscere elementi del poliziesco italiano....
Sì, "Coliandro" è abbastanza di genere, ma lo considereremmo più un super-genere. Lucarelli ci ha messo un po’ di tutto, e in questo possiamo considerarlo un pulp. Ma non proviene da noi. E’ pulp Lucarelli. Le storie che scrive ti fanno venire voglia di girarle.

Con Lucarelli c’è un rapporto speciale?
Abbiamo trovato con lui un modo di lavorare molto particolare, cercando di rispettarlo, capendo il suo punto di vista, mettendoci del nostro, ma sempre restando fedeli alla sua idea. Lo stesso abbiamo fatto con gli altri autori con i quali abbiamo lavorato per la serie "Crimini", come De Cataldo. E un po’ meno con Carlotto, perché Carlotto non si vede. Forse non esiste.

Un’altra vostra grande passione sono i fumetti. Su KinemaZOne, un po’ di tempo fa, si discuteva sull’infelice connubio in Italia tra cinema e fumetti (a parte il Diabolik di Bava). Avete mai pensato di portare sullo schermo un fumetto italiano?
Ci piacerebbe molto, ma abbiamo constatato che uno dei motivi per cui i fumetti italiani non sono mai stati portati al cinema è che non sono ambientati in Italia. Uno dei nostri sogni è quello di fare Alan Ford. Ne abbiamo parlato spesso, ma si dovrebbe realizzare in America, con attori americani e quindi prima di tutto un grosso impegno di budget, rischiando poi di far venir fuori qualcosa di diverso da quello che il fumetto è. Alan Ford e il gruppo TNTCosa più fattibile sarebbe fare un Diabolik. Il personaggio è eccezionale e l’ambientazione delle storie possiede un potenziale visivo altissimo. Con tutte quelle scogliere e quelle case pazzesche... ci piacerebbe tantissimo.
So che
i francesi l’hanno opzionato, ma sembra che siano un po’ fermi. Sarebbe un’ottima occasione per noi realizzare un film che sia contemporaneamente a modo nostro e aperto ad un grande pubblico.

Oggi su cosa state lavorando?
Stiamo leggendo le sceneggiature appena arrivate di "Coliandro 2", che gireremo a fine estate a Bologna.
La Rai è rimasta molto contenta della prima serie, nonostante la brutta collocazione nel mese di agosto, da imputare più a una mancanza di fiducia di Raidue. Alla fine Raidue ha fatto un alto audience tanto che si è scusata con Rai Fiction per non averci creduto fin dall’inizio. Quindi si spera che la programmazione della seconda serie (4 episodi) sarà migliore.

E il cinema?
Beh, con lentezza. Sono passati sei anni da "Zora" a "Piano 17", ma speriamo non passino altrettanti per il prossimo. Fare cinema è un’esperienza bellissima, ma faticosa. Il fatto è che non siamo disposti a scendere a compromessi.
L’unico cruccio di "Piano 17" è che nonostante il successo non è riuscito a fare proseliti. Noi speravamo potesse servire da esempio per smuovere un po’ altri autori a impegnarsi nella realizzazione di film di genere, ma non è stato così.

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11 maggio 2007

RickyRecords.tv - Tutta la tv a portata di click!

La tecnologia digitale e le meraviglie del Web 2.0 hanno ormai già creato i presupposti per una totale ridefinizione dello scenario Entertenment. La distribuzione digitale, il P2P (legale o meno) e la videotelefonia sono ancora esperimenti di quello che sarà il punto di arrivo, ossia una convoluzione su rete Internet (o come si chiamerà domani) di televisione, cinema, radio e telecomunicazioni. Consapevoli di ciò, chi come me è appassionato di cinema e tecnologie accoglie sempre con un certo entusiasmo tutte le iniziative (piccole o grandi) che vengono fuori in questo campo.
RickyRecords.tv è un servizio semplice e interessantissimo tutto italiano che consente di videoregistrare trasmissioni televisive e scaricarle in formato MPEG2, quello dei DVD per intenderci. I canali televisivi per i quali è possibile prenotare le videoregistrazioni sono quelli digitali in chiaro (Rai, Mediaset e La7) e il costo di ogni registrazione parte da 1,50 euro. La regisrazione puo' essere scaricata tramite download o FTP oppure si può richiedere la spedizione del DVD direttamente a casa. La cosa interessante è che è possibile prenotare le registrazioni di intere serie televisive, a patto che queste non siano state già trasmesse.
Quindi, RickyRecords altro non è che un videoregistratore Web2.0. E' vero che oggi praticamente nessuna casa è sprovvista di videoregistratori (sia VHS che DVD) ma spesso ci si ricorda o si viene a conoscenza di una programmazione interessante quando si è fuori casa. Inoltre, anche se non si conosce la programmazione, è possibile ricercare un programma interessante attraverso un motore di ricerca abbastanza efficace.
Tutto il servizio è ovviamente legale, dal momento che i canali registrabili sono in chiaro e per il fatto che RickyRecords non conserva le registrazioni (dopo 10 giorni se non scaricate vengono cancellate).

Se volete testare la qualità del servizio potete iscrivervi a Rickyrecords e provare: la prima regisrazione è gratis!

www.rickyrecords.tv

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26 dicembre 2006

24 settembre 2006

Crimini in televisione

Se per i telefilm dell'Ispettore Coliandro abbiamo dovuto aspettare quasi due anni prima di vederli in tivvù, speriamo che la stessa sorte non tocchi ai minifilm tratti dai racconti del best seller Crimini che due anni or sono ha colorato di noir le estati letterarie degli italiani. Gli episodi sono otto, mentre nel libro erano nove. Manca clamorosamente l'adattamento de Il mio tesoro di Niccolò Ammaniti mentre quello firmato Carlo Lucarelli (Rapidamente) è in realtà tratto da Medical Thriller, in quanto quello della raccolta - Il terzo sparo - fu scritto troppo in ritardo rispetto all'inizio della produzione , precedente alla pubblicazione del libro(ce ne parlò lo stesso Lucarelli).
A dirigere i minifilm saranno i Manetti Bros., con ben tre presenze, Monica Stambrini, Gianfranco Cabiddu, Stefano Sollima, Andrea Manni e Federica Martino mentre tra le star dello schermo che potremo apprezzare ci sono Lina Sastri, Rolando Ravello, Giampaolo Morelli (se ci sono i Manetti?) e Andrea Renzi. La produzione è firmata Rodeo Drive e Rai Fiction e i film sono già pronti. Adesso che il regime di concorrenza sembra ristabilito tra Rai e Mediaset pare che non mancherà molto alla messa in onda (si parla del 22 novembre), anche se si punta molto sul mercato Home Video.
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02 settembre 2006

Minchia Coliandro! Almeno avverti

di Ferdinando Carcavallo

Non ho fatto a tempo nemmeno ad accedere al mio Blog per dare sfogo al disappunto per la messa in onda improvvisa e senza un minimo di informazione preventiva de L'ispettore Coliandro che ho trovato una miriade di lamentele analoghe, a cominciare da Desordre e Emanuela Zini con le quali più di tutti mi sento solidale.
Bando alle polemiche sulla palese volontà di Raidue di disdegnare prodotti di qualità umiliando con collocazioni di sicuro insuccesso quelli che gli capitano per caso (vedi anche Buttafuori), passiamo a parlare del serial.
I toni del telefilm (mi piace molto definirlo così) sono più pacati dei romanzi, e del resto per andare in televisione un piccolo compromesso bisogna farlo, ma lo spirito è rimasto quello lucarelliano originale. Parlata rude, corruzione a go go e scorrettezza sono alle basi del Coliandro televisivo, e la regia dei Manetti Bros. è come sempre "sfiziosa", anche se gli interminabili girotondi di dolly sui dialoghi dopo un po' stufano (o portano nausea).
Bellissima le citazioni cinefile. Nel terzo episodio (In trappola) c'è un bell'omaggio a Totò e Fabrizi di Guardie e ladri (il ladro che scappa dal cesso con il pulotto fuori la porta) mentre nel secondo (Vendetta cinese) abbondano i tributi all'exploitation italiana der Monnezza (anche se a qualcuno è potuto sembrare Tarantino).
Ottimi Silvestrin e Logan, molto ispirato il primo e naturalmente sexy la seconda, mentre il protagonista Morelli, per quanto piacevole, l'ho trovato un po' troppo smorfioso. Il ghigno all'Alberto Sordi lo avvicina piuttosto al Bonolis delle pubblicità del caffè. Product Placement?
Per chi non lo sapesse, l'Ispettore Coliandro va in onda su RaiDue il martedi e il giovedi alle 21:00.
Per fortuna che c'è il tanto famigerato peer-to-peer per recuperare le puntate perse.

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26 luglio 2006

Freedom for Coliandro

di Ferdinando Carcavallo

Coliandro in tv è un ossimoro. Il poliziotto più politicamente scorretto e bieco della letteratura noir non può venir rappresentato fedelmente in una fiction televisiva. Qualsiasi tipo di censura sul carattere dell'ispettore ne traviserebbe la natura ed il fascino. Razzista, maschilista, egoista e scostumato com'è è difficile immaginarlo alla stregua di Montalbano o dei colleghi dei commissariati di Napoli (La squadra) o Roma (Distretto di Polizia). Difficile ma non impossibile, non quando a trattare il caso sono i Manetti Bros, registi di tendenza che quest'inverno hanno sorpreso con un thriller veramente fatto bene come Piano 17 (dove 17 è anche il numero delle sale che lo hanno proiettato). In un intervista di un anno fa Carlo Lucarelli ci aveva parlato di questo progetto al quale, a differenza di altre esperienze cinematografiche, aveva partecipato attivamente. Allora le puntate del L'ispettore Coliandro erano già pronte da un mese, ma la programmazione Rai non si decideva a mandarle in onda per motivi sempre diversi, ultimo il fatto che il protagonista Gianpaolo Morelli compariva anche come interprete di una fiction mediaset che in nessun modo doveva essere danneggiata. Oggi che Mediaset si è tolta dai coglioni in Rai, ecco lo sdoganamento su Rai2 a settembre. Allelujah!

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