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20 ottobre 2014

10 anni di KinemaZOne

Nel 2004, precisamente nel mese di aprile, mentre viaggiavo per lavoro in treno da Bologna a Napoli, scrivevo il primo post sul mio neonato blog KinemaZOne, allora ospitato sulla scomparsa Splinder.com. Il motivo per cui avevo deciso di aprire un blog era puramente professionale. Il trend tecnologico spingeva molto sui blog e io, che allora mi interessavo di Content Management, per capire bene di cosa si trattasse dovevo necessariamente aprirne uno e provarne le capacità. L'unica cosa che facevo allora, oltre a lavorare, era guardare film e quindi decisi di aprire un blog di recensioni cinematografiche. Per questo motivo, comodamente sistemato sul frecciarossa, mi lasciai andare a scrivere delle considerazioni su “La passione di Cristo” di Mel Gibson, un film che non mi era piaciuto.
In questi primi 10 anni, come nella vita di chiunque, sono successe tante cose su questo blog. Innanzitutto abbiamo conosciuto e, nel nostro piccolo, contribuito alla diffusione di opere di autori indipendenti e valentissimi come Michele Pastrello, Ivan Pesenti, Lucas Pavetto, Michele Salvezza, i Licaoni, i Jackall e tanti altri. In questi anni abbiamo anche intervistato pezzi grossi come Vittorio Storaro, Arnoldo Foà, Carlo Lucarelli, i Manetti Bros, Max Bunker, ma soprattutto abbiamo fatto delle preziosissime amicizie.

Le cose proseguivano abbastanza bene e oltre a me cominciarono a scrivere su KinemaZOne dei collaboratori e i festival cominciarono ad accreditarci e ad invitarci alle serate di gala. Tutto, dicevo, fino al 2007, anno in cui successe una cosa che compromise tutto il resto della storia.

Tutto partì dal fatto che oltre a ricevere cortometraggi e piloti di autori molto bravi, mi capitava spesso di vederne anche di mediocri: da qui il malsano pensiero “Ma allora lo posso fare anche io”. 
per la precisione il pensiero malsano non venne direttamente a me ma al mio grande ed eterno amico Luca Napoletano. Ci volle poco, quindi, a Luca per trascinarmi a fare video anche noi, con spirito goliardico e senza grandi aspettative.
Iniziammo con un cotometraggio (allora l'unica forma videoespressiva breve conosciuta) dal titolo “Un pazzo indietro”. Eravamo tecnicamente inetti e quindi ci avvalemmo del supporto di amici, incapaci a loro volta, ma almeno che non ci facessero sentire soli. 
Un pazzo indietro” fu un successo insperato, nel senso che riuscimmo davvero a finirlo e nessuno ci insultò, nemmeno quelli dei quali avevo parlato male su KinemaZOne, fino addirittura ad essere accettato in diversi festival. 
Dopo “Un pazzo indietro” arrivò la web serie “Travel Companions” che per circa tre anni monopolizzò le nostre vite e il blog stesso (vincitrice a Los Angeles Web Fest nel 2011 e al NapoliFilmFestival nel 2013) e poi nel 2013 la serie “Il mestiere più antico del mondo” (vincitrice al Los Angeles Web Fest e I corti sul lettino nel 2014) tutt'ora in produzione.

Dall’inizio del 2014 come saprete KinemaZOne non è più indipendente ma FELICEMENTE ASSORBITO nella holding dei Fratelli Katano, i due magnati dell’enterteinment che stanno cambiando la faccia del web. I big brothers, però, ci lasciano abbastanza libertàeditoriale limitandosi ad utilizzare il nostro spazio per pubblicare le loro performances artistiche, ma è un prezzo (salato) che posso ancora permettermi di pagare.
A questo punto gli auguri vanno fatti a loro e grazie a tutti quanti..
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06 gennaio 2012

L'era legale. Dal 13 gennaio al cinema

Napoli 2020: la città è ora la più pulita, sicura e ricca della Terra... ma come diamine hanno fatto?!
La risposta è in un finto documentario che narra le avventure tragicomiche di Nicolino Amore che la sorte porta da un basso nei Quartieri Spagnoli alla poltrona del Sindaco. Assistiamo così alla sua buffa e irresistibile ascesa, alle sue gaffes nella Napoli-bene e al suo adagiarsi sugli allori: la bella vita gli dà alla testa e da bravo parveneu cerca solo di godersela. Ma poi si rende conto di aver tradito la sua gente e vuole cambiare le cose... a quel punto deve fare i conti con il problema dei problemi: il potere della camorra che strozza Napoli. Nicolino ne fa la sua crociata, ma la malavita sembra impossibile da battere, quando una potente “madrina” di camorra, che ha perso l’unico figlio per overdose, gli suggerisce il solo modo per mettere i clan sul lastrico... legalizzare le droghe! Ma chi garantisce che i tossici non si moltiplicheranno in modo esponenziale? Eppure il gioco vale la posta, Nicolino accetta di correre questo rischio e alla fine... Amore batte Camorra! Sembra una favola, ma siamo o non siamo nel futuro?
Nel mockumentary ci sono poi personaggi veri: autorevoli magistrati antimafia come Pietro Grasso e Vincenzo Macrì, scrittori come Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli, giornalisti come Bill Emmott e Marcelle Padovani, il presidente di Lega Ambiente Francesco Ferrante e Tano Grasso di Libera.





Dal 13 gennaio al cinema!
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14 novembre 2011

Ispettore Coliandro: un personaggio in cerca d'autore.

Siamo fermamente convinti che nessuno più dei Manetti bros., Carlo Lucarelli e Gianpiero Rigosi possa generare un soggetto per un film sull'ispettore Coliandro, però l'idea può essere da stimolo a qualcuno.
 
Per info consultare il sito Bottega delle Finzioni
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26 luglio 2010

Acqua in bocca, di Camilleri e Lucarelli

di Ferdinando Carcavallo

Questo economico romanzo estivo, scritto a quattro mani dai maggiori (e più popolari) scrittori di gialli italiani, in realtà non sembra scritto da nessuno dei due.
Carlo Lucarelli e Andrea Camilleri (o un ghost writer che andava pure un po' di fretta) decidono di far interagire Grazia Nigro e Salvo Montalbano in una improbabile inchiesta tra Bologna e Vigata su un omicidio al sapore di spy-story.
L'interazione tra i due poliziotti avviene per lo più tramite scambio di lettere cartacee, email e spedizioni di verbali, sulla falsa riga di quel bellissimo e divertentissimo capolavoro di Camilleri che è "La concessione del telefono", ma in questo caso il tutto appare molto pretestuoso. Lasciando stare l'intreccio davvero debole di tutta la storia (fino ad un finale incredibilmente ingenuo), quello che oclpisce negativamente in questo lavoro è proprio il fatto che nessuno dei due autori prova a dare il meglio di se. Immagino che in questo insipido crossover ogni autore abbia scritto le parti relative al proprio personaggio (per Lucarelli c'è anche una macchiettistica deposizione di Coliandro), ma il problema è che ognuno di loro sembra l'imitazione di se stesso.
Un libro da dimenticare, ma non per questo da evitare, - dipende dalle alternative: 10 euro per una lettura di mezza giornata. Una chiara operazione commerciale senza anima, ma dispiace di vedere coinvolti i nomi di due autori che restano tra i migliori in Italia.

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21 gennaio 2009

Il ritorno di Coliandro

di Ferdinando Carcavallo

Alla chetichella, così come accadde per la prima stagione, è iniziata ieri (20 gennaio) la programmazioone della seconda serie de L'ispettore Coliandro, il serial poliziesco scritto da Carlo Lucarelli.
Stavolta la collocazione oraria è di prim'ordine (un comodo 21.10) e a giudicare dal primo episodio sembra che il tempo abbia fatto bene alla affiatata compagine della produzione.
La scrittura di Lucarelli è ai livelli dei sempre, mentre la regia dei Manetti Bros. è maturata ulteriormente - meno citazionista e "carrellista" che in passato - avvicinandosi allo stile "series" made in USA pur senza tradire la passione per il polizziottesco di casa nostra.
Migliorata anche la recitazione di Gianpaolo Morelli, forse più consapevole di avere a che fare con un personaggio che per quanto "sopra le righe " e sui generis non deve necessariamente essere una macchietta.

Gli episodi di questa seconda serie sono quattro (vista l'attesa biennale e il successo della prima serie si poteva fare qualcosa in più) e oltre quello di Morelli ritroveremo i volti di Veronica Logan e Giuseppe Soleri, mentre non vedremo Enrico Silvestrin (Trombetti nella prima serie).
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15 maggio 2007

Intervista ai Manetti Bros.

di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi

Antonio e Marco ManettiEra da un po’ che KinemaZOne desiderava scambiare due chiacchiere con i Manetti Bros, cineasti tra i più interessanti della “nuova” scena romana. Perché realizzano ciò che piace loro (che sia cinema, video o fiction) e perché dicono ciò che pensano, con cinismo ragionato e saggio. Di chi ne ha già fatte e viste tante. Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi hanno raggiunto Antonio Manetti in pieno orario di pranzo, ma il disponibile regista capitolino non si è certo tirato indietro, neanche con la bocca piena...

Voi nascete e lavorate soprattutto come registi di videoclip (Britti, Neffa, Tiromancino...) e ultimamente avete lavorato molto con Lucarelli e gli altri scrittori della serie Crimini. Vi sentite più a vostro agio nell'adattare un racconto o nel dare immagini ad un brano musicale?
Abbiamo fatto più di cento video musicali, ma non ci consideriamo dei registi di videoclip. Dobbiamo moltissimo al video musicale visto che il nostro nome è diventato famoso per quello, ma per rispondere alla vostra domanda noi abbiamo sempre fatto dei video piuttosto narrativi perché altrimenti ci sentiamo fuori luogo. Ci sono tanti registi di videoclip o di pubblicità che con l’immagine sono molto più bravi di noi, mentre il nostro obiettivo è quello di raccontare una storia. Per questo non siamo mai stati chiamati dalle case discografiche, ma direttamente dai musicisti, grazie ad un rapporto preesistente. Di solito i registi di videoclip hanno rapporti continuativi con le case discografiche e lavorano quasi in serie. La casa discografica è sempre stata nei nostri confronti abbastanza diffidente, per paura o riverenza, non saprei.

Una foto di scena di Torino BoysI primi soldi li avete guadagnati col cinema o con i videoclip?
Di video musicali ne abbiamo dovuto fare parecchi prima di guadagnare qualcosa. Il primo contratto vero fu per il film "Torino Boys" realizzato per la Rai (1997). L’occasione nacque grazie a Marco Bellocchio che insieme alla Film Albatros produceva per la Rai una collezione di film sull’argomento extracomunitari in Italia ("Un altro paese nei miei occhi"). Mio fratello Marco aveva lavorato con Bellocchio come aiuto regista (ne "Il principe di Homburg") e il figlio Giorgio, nostro amico, sapeva che, oltre ad essere registi, eravamo molto amici della comunità nigeriana di Roma. Quindi ci chiese di scrivere un soggetto, che piacque molto e così il progetto andò in porto. Fummo pagati poco, ma fu una bellissima esperienza. Così la Rai cominciò a chiamarci anche per altre cose.

E da lì che nacque la collaborazione con la Rai per Stracult?
Per "Stracult" fu il video di "Supercafone" (Piotta) a farci notare da Marco Giusti. Mentre facevamo Stracult eravamo già impegnati con "Zora"…

Zora la vampiraPer "Zora la vampira" (2000) fu determinante l’incontro con Carlo Verdone...
L’occasione nacque per un video per Alex Britti. Noi avevamo lavorato con Britti già con il videoclip di “Mi piaci” e in quel periodo Alex voleva far dirigere un nuovo video a Carlo Verdone. Verdone scrisse l’idea del video, ma quando mise mano alla parte produttiva, essendo abituato al cinema dove la gestione dei costi è del tutto differente, si rese conto che non era per lui e chiese a Britti di coinvolgerci per la parte più operativa. Così lo incontrammo e in quell’occasione ci chiese un’idea per un film perché aveva voglia di fare il produttore. Noi avevamo già l’idea di "Zora" quasi pronta e gliene parlammo. Gli piacque moltissimo e volle produrlo. Fu la nostra prima e unica grossa produzione.

Grossa produzione come budget, ma poi cinque anni dopo vi siete convertiti al “miracle budget” di "Piano 17".
Noi non l’abbiamo mai definito "miracle budget". E’ stata una definizione affibbiata al festival di Berlino, dove fummo invitati proprio a testimoniare l’esperienza di un film a basso costo. Noi pensiamo che non ci sia un miracolo nel produrre un film a basso costo, ma solo la volontà di farlo. "Piano 17" sarà costato quanto un giorno di riprese di "Zora", per fare un paragone.

Grazie al digitale?
Non direi proprio, su questo siamo abbastanza estremi. Non è l’uso del digitale ad abbassare i costi. E’ vero che la pellicola ha un suo costo, ma é una minima percentuale nei costi complessivi di un film. I costi del cinema italiano sono folli per altre ragioni. La situazione dati alla mano è sconvolgente. Oltre quei 2 o 3 film all’anno i cui incassi superano gli investimenti (quest’anno magari sono stati 5 o 6) per il resto è tutto a perdere. E’ necessario abbassare i prezzi di produzione, e questo significa pagare di meno gli attori e non considerare il cinema un lusso. In America il cinema può essere un lusso, ma da noi no, non possiamo portare sul set camion e roulotte come se niente fosse.

Elisabetta Rocchetti in Piano 17Come siete riusciti a fare un film con 70.000 euro?
Giampaolo Morelli
ebbe l'idea di tre personaggi chiusi in un ascensore, poi insieme a lui e Anatole Fuksas abbiamo fuso l'idea con una nostra vecchia storia così decidemmo di realizzare un film senza nemmeno pensare ad una distribuzione, ma per tenerlo per noi. Il film è costato pochissimo perché non abbiamo pagato nessuno (né attori né troupe), ma secondo i nostri calcoli un buon film in digitale si può fare con 300 mila euro, che al massimo diventano 600 mila su pellicola.

Ma il digitale, permettendo un risparmio di produzione, riduce anche la soglia che c’è tra dilettantismo e professionismo, rischiando di portare ad un proliferare di video, cortometraggi e mediometraggi realizzati con pochi mezzi. Non si rischia così un’inflazione del panorama del cinema giovane?
Ben venga! E’ da tanti anni che si dice che il cinema italiano è in crisi, ma gli spettatori che vogliono vedere cose diverse ci sono, quindi se arriva un altro tipo di cinema, un sottobosco di film coraggiosi, c’è tutto da guadagnare e nella quantità qualcosa di buono deve venir fuori.

Tornando a voi, "Piano 17" è un film di genere, ma del tutto diverso da "Zora la Vampira" (2000), nel quale la componente horror era predominante. Nonostante questa inversione di tendenza, avete continuato a occuparvi di horror producendo "L''Armadio" (2002) e "Il bosco fuori" (2006) di Albanesi.
L’horror è stato (ed è ancora) il nostro genere preferito. I nostri film preferiti sono da ricercarsi nei primi lavori di Peter Jackson, di Wes Craven, di John Carpenter. Ma non so perché, non ci viene più di farlo. Preferiamo produrlo. "Zora", in effetti, aveva delle componenti horror, ma non abbastanza secondo noi, e forse questo è stato un errore.

Come mai l'horror, che in tutto il mondo è un genere in ripresa, in Italia è sempre underground? Lamberto Bava, Albanesi, Infascelli, Soavi e lo stesso Argento sono relegati alla distribuzione in DVD.
E’ una situazione anomala. Negli anni 70 in Italia è stato il genere che ha rivoluzionato il cinema. Bava e Argento sono stati autori veri. Il fatto che perfino uno come Dario Argento negli anni ha cambiato la sua sensibilità è indicativo di una decadenza. Ma il discorso non riguarda solo l’horror. E’ il cinema di genere che in Italia non va, come il poliziesco. Lo stesso "Romanzo Criminale" di Placido, che è stato indicato come un ritorno al poliziesco, può essere considerato un noir- politico ma non un film di genere. Tra l’altro l’horror non è un genere costoso. Carpenter ha dato il meglio di se all’inizio, con i budget più bassi.

Una scena di BlaculaLa vostra passione per il cinema di genere vi ha spesso procurato l’etichetta di “tarantiniani”. Vi sentite abbastanza pulp?
Ma quella dei “tarantiniani” è un etichetta che ci portiamo dietro dai tempi di "Torino boys", che in verità era una commedia che con il pulp non aveva niente a che fare. Adoriamo Tarantino, ma consideriamo "Jackie Brown" il suo film migliore, che in fondo è proprio il meno pulp. La verità è che con Tarantino abbiamo molte affinità sul piano culturale e per gusti. La blackploitation che abbiamo messo in "Zora" (che è ispirato a "Blacula" di William Crain) nasce dalla passione per la blackpoitation americana degli anni ’70, che è la stessa che ha ispirato Tarantino.

Per rilanciare il cinema di genere, Rodriguez e Tarantino si sono inventati il revisionismo del "Grindhouse". Avete mai pensato a qualcosa di analogo per l’Italia, una sorta di "Pidocchietto" ispirato a poliziotteschi e horror degli anni ’70?
L’idea del "Grindhouse" ci piace e in passato è venuta anche a noi. Un paio d’anni fa abbiamo incontrato Enzo G. Castellari e Umberto Lenzi i quali ci dissero di vedere in noi degli artigiani del cinema come loro e con loro progettammo un film a episodi ispirati al poliziesco italiano, ma poi non se ne è fatto nulla.

Thomas Milian e Giampaolo Morelli (Coliandro)Qualcosa però l’avete fatta con "Coliandro". E’ facile riconoscere elementi del poliziesco italiano....
Sì, "Coliandro" è abbastanza di genere, ma lo considereremmo più un super-genere. Lucarelli ci ha messo un po’ di tutto, e in questo possiamo considerarlo un pulp. Ma non proviene da noi. E’ pulp Lucarelli. Le storie che scrive ti fanno venire voglia di girarle.

Con Lucarelli c’è un rapporto speciale?
Abbiamo trovato con lui un modo di lavorare molto particolare, cercando di rispettarlo, capendo il suo punto di vista, mettendoci del nostro, ma sempre restando fedeli alla sua idea. Lo stesso abbiamo fatto con gli altri autori con i quali abbiamo lavorato per la serie "Crimini", come De Cataldo. E un po’ meno con Carlotto, perché Carlotto non si vede. Forse non esiste.

Un’altra vostra grande passione sono i fumetti. Su KinemaZOne, un po’ di tempo fa, si discuteva sull’infelice connubio in Italia tra cinema e fumetti (a parte il Diabolik di Bava). Avete mai pensato di portare sullo schermo un fumetto italiano?
Ci piacerebbe molto, ma abbiamo constatato che uno dei motivi per cui i fumetti italiani non sono mai stati portati al cinema è che non sono ambientati in Italia. Uno dei nostri sogni è quello di fare Alan Ford. Ne abbiamo parlato spesso, ma si dovrebbe realizzare in America, con attori americani e quindi prima di tutto un grosso impegno di budget, rischiando poi di far venir fuori qualcosa di diverso da quello che il fumetto è. Alan Ford e il gruppo TNTCosa più fattibile sarebbe fare un Diabolik. Il personaggio è eccezionale e l’ambientazione delle storie possiede un potenziale visivo altissimo. Con tutte quelle scogliere e quelle case pazzesche... ci piacerebbe tantissimo.
So che
i francesi l’hanno opzionato, ma sembra che siano un po’ fermi. Sarebbe un’ottima occasione per noi realizzare un film che sia contemporaneamente a modo nostro e aperto ad un grande pubblico.

Oggi su cosa state lavorando?
Stiamo leggendo le sceneggiature appena arrivate di "Coliandro 2", che gireremo a fine estate a Bologna.
La Rai è rimasta molto contenta della prima serie, nonostante la brutta collocazione nel mese di agosto, da imputare più a una mancanza di fiducia di Raidue. Alla fine Raidue ha fatto un alto audience tanto che si è scusata con Rai Fiction per non averci creduto fin dall’inizio. Quindi si spera che la programmazione della seconda serie (4 episodi) sarà migliore.

E il cinema?
Beh, con lentezza. Sono passati sei anni da "Zora" a "Piano 17", ma speriamo non passino altrettanti per il prossimo. Fare cinema è un’esperienza bellissima, ma faticosa. Il fatto è che non siamo disposti a scendere a compromessi.
L’unico cruccio di "Piano 17" è che nonostante il successo non è riuscito a fare proseliti. Noi speravamo potesse servire da esempio per smuovere un po’ altri autori a impegnarsi nella realizzazione di film di genere, ma non è stato così.

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09 maggio 2007

Il mistero a piccole dosi

di Ferdinando Carcavallo

Per conoscere a fondo uno scrittore bisognerebbe leggere tutte le sue opere.
Nel caso di un autore come Carlo Lucarelli, la cui attività non si limita alla letteratura spaziando nel cinema, il fumetto, la televisione e il teatro, stargli dietro può risultare faticoso. Ecco che allora diventano preziose pubblicazioni come questa della Datanews che raccoglie scritti e soprattutto interviste che dal 2000 ad oggi lo scrittore bolognese ha concesso e nelle quali sono trattati argomenti più disparati.
La Datanews è una coraggiosa casa editrice romana specializzata in saggistica nel cui catalogo sono presenti libri di eminenti firme che approfondiscono temi molto delicati e complessi quali religione, economia, politica e leteratura. Su quest'ultimo fronte la Datanews aveva già pubblicato degli interessantissimi saggi su Camilleri, Montalban, Pinter, e Garcia Marquez. Il punto forte di queste pubblicazioni è che sono gli stessi autori a parlare in quanto il lavoro della Datanews è soprattutto quello di selezionare materiale inedito o meno di contenuto più interessante e armonizzarlo in edizioni graficamente ed economicamente accessibili.
Il volume su Lucarelli, intitolato Il mistero a piccole dosi, riporta interventi e interviste pubblicate su riviste, quotidiani, fanzines e blog (tra i quali il nostro KinemaZOne), e costituisce un'occasione imperdibile per gli appassionati dello scrittore e per chi vuole conoscere meglio il suo pensiero e il suo concetto di libertà nello scrivere.

Il mistero a piccole dosi - scritti e interviste di Carlo Lucarelli
(Datanews, 2007)
www.datanews.it

€ 14,00 - pagg 168

Compra Il misteroa piccole dosi su Libreria universitaria

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02 settembre 2006

Minchia Coliandro! Almeno avverti

di Ferdinando Carcavallo

Non ho fatto a tempo nemmeno ad accedere al mio Blog per dare sfogo al disappunto per la messa in onda improvvisa e senza un minimo di informazione preventiva de L'ispettore Coliandro che ho trovato una miriade di lamentele analoghe, a cominciare da Desordre e Emanuela Zini con le quali più di tutti mi sento solidale.
Bando alle polemiche sulla palese volontà di Raidue di disdegnare prodotti di qualità umiliando con collocazioni di sicuro insuccesso quelli che gli capitano per caso (vedi anche Buttafuori), passiamo a parlare del serial.
I toni del telefilm (mi piace molto definirlo così) sono più pacati dei romanzi, e del resto per andare in televisione un piccolo compromesso bisogna farlo, ma lo spirito è rimasto quello lucarelliano originale. Parlata rude, corruzione a go go e scorrettezza sono alle basi del Coliandro televisivo, e la regia dei Manetti Bros. è come sempre "sfiziosa", anche se gli interminabili girotondi di dolly sui dialoghi dopo un po' stufano (o portano nausea).
Bellissima le citazioni cinefile. Nel terzo episodio (In trappola) c'è un bell'omaggio a Totò e Fabrizi di Guardie e ladri (il ladro che scappa dal cesso con il pulotto fuori la porta) mentre nel secondo (Vendetta cinese) abbondano i tributi all'exploitation italiana der Monnezza (anche se a qualcuno è potuto sembrare Tarantino).
Ottimi Silvestrin e Logan, molto ispirato il primo e naturalmente sexy la seconda, mentre il protagonista Morelli, per quanto piacevole, l'ho trovato un po' troppo smorfioso. Il ghigno all'Alberto Sordi lo avvicina piuttosto al Bonolis delle pubblicità del caffè. Product Placement?
Per chi non lo sapesse, l'Ispettore Coliandro va in onda su RaiDue il martedi e il giovedi alle 21:00.
Per fortuna che c'è il tanto famigerato peer-to-peer per recuperare le puntate perse.

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26 luglio 2006

Freedom for Coliandro

di Ferdinando Carcavallo

Coliandro in tv è un ossimoro. Il poliziotto più politicamente scorretto e bieco della letteratura noir non può venir rappresentato fedelmente in una fiction televisiva. Qualsiasi tipo di censura sul carattere dell'ispettore ne traviserebbe la natura ed il fascino. Razzista, maschilista, egoista e scostumato com'è è difficile immaginarlo alla stregua di Montalbano o dei colleghi dei commissariati di Napoli (La squadra) o Roma (Distretto di Polizia). Difficile ma non impossibile, non quando a trattare il caso sono i Manetti Bros, registi di tendenza che quest'inverno hanno sorpreso con un thriller veramente fatto bene come Piano 17 (dove 17 è anche il numero delle sale che lo hanno proiettato). In un intervista di un anno fa Carlo Lucarelli ci aveva parlato di questo progetto al quale, a differenza di altre esperienze cinematografiche, aveva partecipato attivamente. Allora le puntate del L'ispettore Coliandro erano già pronte da un mese, ma la programmazione Rai non si decideva a mandarle in onda per motivi sempre diversi, ultimo il fatto che il protagonista Gianpaolo Morelli compariva anche come interprete di una fiction mediaset che in nessun modo doveva essere danneggiata. Oggi che Mediaset si è tolta dai coglioni in Rai, ecco lo sdoganamento su Rai2 a settembre. Allelujah!

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25 settembre 2005

Carlo Lucarelli e KinemaZOne politically incorrect

di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi


Carlo Lucarelli - www.kinematrix.itCarlo Lucarelli, oltre ad essere Re Media della cultura italiana contemporanea è anche persona estremamente disponibile e disposta al dialogo. Grazie a quest’ultima qualità KinemaZOne, nelle sembianze umane (insomma…) di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi, è riuscito ad avere un intervista con lo scrittore bolognese in cui si è parlato un po’ di tutte le sue esperienze - letteratura (principale attività), fumetto, passando per il cinema, radio, internet e televisione - più alcune interessanti riflessioni sulla censura televisiva e cinematografica di oggi.

:::LA TELEVISIONE:::

KinemaZOne: Carlo, la Rodeo Drive sta realizzando dei minifilm tratti dai racconti della raccolta Crimini. Il tuo racconto Il terzo sparo non verrà adattato. Come mai? Problemi di censura?

Carlo Lucarelli: No. Quando è stato concepito il progetto il mio racconto ancora non esisteva. Dal momento che non avrei avuto il tempo di scriverlo in tempo utile hanno acquistato un mio vecchio racconto ("Rapidamente" da "Medical Thriller") , cosa che mi ha reso molto più libero nello scrivere il racconto per "Crimini" perchè avrebbe avuto una collocazione esclusivamente letteraria. Tutto qui.

Indagine su un cittanino al di sopra di ogni sospettoKZ: Il poliziotto corrotto, quindi, come quello protagonista de Il terzo sparo, è ancora un personaggio che desta preoccupazione, almeno fuori dai libri?

CL: Si, certo. I poliziotti corrotti sono un classico della letteratura noir, sia straniera che italiana, e essere politicamente scorretti è quasi una caratteristica fisiologica del genere. Lo siamo e lo possiamo essere senza problemi… in letteratura. La cosa cambia quando si parla di cinema e televisione in Italia (che a volte è la stessa cosa, soprattutto se i soldi per fare il film vengono dalla tv). Lì il concetto di politicamente scorretto si restringe notevolmente e ha limiti di tolleranza che permettono di andare poco lontano. I tempi di Elio Petri e "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" sembrano passati da un pezzo…

La fiction tv 'Carabinieri' - www.cinecitta.comKZ: Una sorta di involuzione della libertà di espressione, quindi. Ma la censura televisiva non dovrebbe tutelare la sensibilità degli spettatori? Quale categoria di spettatori si sarebbe potuta sentire turbata da una storia come Il terzo sparo?

CL: L’Amministrazione della Polizia di Stato, direi, e nessun altro. Gli spettatori sanno benissimo che noi mettiamo in scena una realtà volutamente esasperata, proprio per rendere visibili pericoli e contraddizioni (anche se la storia della banda della Uno Bianca sarebbe già esasperata di per sé) e non si turbano. Semmai colgono l’occasione per riflettere. Un’immagine elegiaca delle istituzioni viene percepita come falsa in un noir e risulta un po’ fastidiosa - e alla fine controproducente - di quella sporca che a volte offriamo noi.

Gian Maria Volontè - www.italica.rai.itKZ: Ma esiste una differenza tra la censura televisiva e quella cinematografica?

CL: Esiste quando il cinema non prende soldi dalla televisione e non si lascia condizionare dal diritto di antenna che quantifica un eventuale passaggio televisivo. Per esempio, il citato Indagine su un cittadino… con il bravissimo Gian Maria Volontè, se non fosse stato realizzato prima, riusciremmo ad immaginarcelo come una miniserie televisiva su RAI1 alle nove di sera? Non credo, e non solo per la tensione erotica della vicenda. E se come film fosse coprodotto dalla Rai o Mediaset probabilmente il risultato sarebbe lo stesso.

Blu Notte - www.international.rai.itKZ: Capita mai che ti censurino un’uscita televisiva?

CL: No, non mi è mai successo, né per quanto riguarda "BluNotte" né per le cose tratte dai miei romanzi (che devono ancora andare in onda). Abbiamo subìto, io e gli altri sceneggiatori, pressioni che non potremmo definire censura, semmai “prudenza”. La televisione tende a rifare quello che è stato già fatto e a non sperimentare per paura che vada male, per cui quando si imbarca in un progetto un po’ strano prova a normalizzarlo togliendo tutto quello che può sembrare diverso. Noi abbiamo fatto un po’ di resistenza e gran parte delle nostre idee sono passate. Si tratta sempre di un compromesso, ma nel mio caso è stato largamente accettabile*.

L'ispettore Coliandro - www.raifiction.rai.itKZ: A proposito di progetti televisivi, già da un po’ di tempo sono stati realizzati per la Rai, da te e i Manetti Bros, quattro episodi tratti dalle storie dell’ispettore Coliandro, con Gianpaolo Morelli ed Enrico Silvestrin, ma finora nessuno li ha visti. Erano in programmazione per questo autunno, ma la sovrapposizione con Distretto di polizia 5, in cui compare Morelli, ha causato un’ulteriore slittamento. Qualche commento in proposito?

CL: In effetti è così, e non possiamo farci niente. Vedere Morelli in due fiction contemporaneamente sarebbe strano. Spero che mandino in onda i film abbastanza presto perché sono curioso di vedere le reazioni. A me piacciono molto e se funzionano possono aprire la strada ad un tipo di noir duro e umoristico allo stesso tempo, e anche un po’ (soltanto un po’) politicamente scorretto.

KZ: Cosa hai visto in TV ultimamente e ti è piaciuto?

CL: Ho rivisto serie televisive come "I Soprano" e una che poi è sparita che si chiama "The Shield" (ndr. Italia1, domenica sera ore 21.00) e che era veramente “sporca”. Non so che fine abbia fatto. Per il resto non ho visto molto…


:::IL FUMETTO:::

Alta CriminalitàKZ: Le tue incursioni nel fumetto sono tutt’altro che rare: Coliandro con Catacchio ha goduto di un buon riscontro di vendite, considerando che non era un prodotto per la grande distribuzione. Poi c’è stata l’esperienza con Dylan Dog (n. 153, “La strada verso il nulla”) ed ora il racconto breve “Il delitto di Natale” disegnato da Claudio Villa nell’antologia “Alta criminalità”. Dobbiamo attenderci altro?


CL: Per adesso no, perché sono impegnato in altre cose, ma mi piacerebbe fare altre esperienze. Il fatto è che scrivere per il fumetto è difficilissimo…almeno per me. Richiede una tecnica narrativa molto particolare, che non si può improvvisare così. Però mi piace…da una grande soddisfazione, soprattutto quando si è in sintonia con il disegnatore.

Gea - www.spaziojml.itKZ: La recente iniziativa della Edizioni Becco Giallo con “Una bomber” e “I delitti di Alleghe” sembra fatta apposta per i tuoi “Misteri Italiani”. Cosa ne pensi del fumetto italiano di genere (giallo/poliziesco)?

CL: Il fumetto italiano mi piace. Mi piace la capacità che ha di fondere i generi (penso a Brendon, Napoleone o Gea, che mi piace moltissimo). Credo però che l’affermazione attribuita all’area Bonelli per cui “Mani in alto, Frank!” suona meglio di “Mani in alto, Francesco!” abbia penalizzato lo sviluppo di un fumetto di genere veramente italiano, anche come ambientazione. I fumetti del "Becco Giallo" mi sono piaciuti moltissimo e mi sembra un’ottima idea per raccontare la nostra storia recente. Spero che continuino alla grande.

KZ: Qual è l’ultimo fumetto che hai letto e ti è piaciuto?

CL: Mi sono riletto tutti i Frank Miller su "Sin City", data l’uscita del film che ho visto in ritardo. Mi sono piaciuti come la prima volta.


:::IL CINEMA:::

Dario Argento - www.italica.rai.itKZ: La tua avventura nel cinema ti ha visto al fianco di un maestro indiscusso del thriller all’italiana come Dario Argento con Nonhosonno, ma non ha generato proprio un capolavoro (perdona la franchezza). Cosa non ha funzionato?

CL: Non saprei, io ho solo collaborato alla sceneggiatura precisando la figura dei poliziotti e fornendo un piccolo contributo alla struttura del giallo. A me non è dispiaciuto, ma credo che un capolavoro come "Profondo Rosso", a cui il film voleva arrivare, non sia raggiungibile.

Almost Blue - www.kinematrix.netKZ: Di altro livello l’adattamento del tuo “Almost Blue” realizzato da Alex Infascelli (quest’ultimo al suo debutto con quel film). Cosa ne pensi del risultato finale?

CL: Qui proprio non ho collaborato in alcun modo e sono andato a vedere il film da spettatore. Il film è molto diverso dal romanzo, e Infascelli interessavano cose diverse da quelle che mi hanno spinto a scrivere quella storia, tipo i colori visti dal ragazzo cieco e la figura di Grazia Negro. E’ un film visionario e molto duro, che mi è piaciuto ma mi ha deluso dal punto di vista della struttura narrativa. Credo che in questo senso nel film ci siano molte parti del mio lavoro di cui avrebbe potuto benissimo fare a meno.

Incubatoio 16KZ: La dimensione del racconto pare esserti particolarmente consona. Nell’introduzione de Il lato sinistro del cuore applichi l’efficace metafora albero-romanzo/bonsai-racconto. L’equivalenza vale anche per il cortometraggio? Non pensi sia una perfetta modalità di narrazione (soprattutto in termini di tempistiche) per il genere giallo/poliziesco/mistery?

CL: Non lo so. Il noir e il giallo hanno bisogno di una preparazione abbastanza lunga prima di lanciare l’epilogo e il colpo di scena. Con la scrittura tutto questo si può considerare in poche parole e molte elisioni. Non so se si possa fare lo stesso con l’immagine. Ma io sono uno scrittore, e ragiono da scrittore, magari sbaglio…

Laura di RiminiKZ: Hai mai pensato di occuparti in prima persona nella direzione di un film?

CL: Me lo hanno proposto ed ho accettato, anche se si tratta di una co-regia assieme a Fabio Sabbioni. Dovremmo girare “Laura di Rimini”, ma aspettavamo il finanziamento dallo Stato e siamo stati bocciati. Peccato perché sembrava che il progetto potesse avere una sua solidità sia dal punto di vista autoriale che commerciale. Comunque, vedremo…

KZ: Quale tua storia vorresti fosse adattata per il grande schermo e con quale cast?

CL: L’isola dell’angelo caduto. Non sono bravo con il cast, ma se potessi scegliere il regista vorrei Roman Polanski.

KZ: Vedi più adatta alle tue storie una versione cinematografica, una fiction o un fumetto?

CL: Scarto la fiction perché le produzioni televisive hanno troppi problemi, tipo l’esigenza di essere una miniserie in più puntate, piacere per forza a tutti e avere campi lunghi e dialoghi semplici se no la gente si distrae e cambia canale (naturalmente non è vero, ma questo non importa). Al fumetto preferisco il cinema, ma solo perché ho più dimestichezza con le strutture narrative di quel mezzo e riesco ad immaginare meglio gli adattamenti.

KZ: Prima di salutarci, Carlo, vuoi anticiparci qualcosa di “Eritrea”, il nuovo romanzo a cui stai lavorando?

CL: E’ un romanzo diverso da quelli che ho scritto fino ad ora. E’ corale, con tanti personaggi e tante storie che si intrecciano, non solo noir. Sto facendo esperimenti e mi sta piacendo molto. Ci sono dentro, che è meglio che dire sono all’inizio ma non è ancora come dire che lo sto finendo. Se viene come spero sarà molto bello. Spero.


E non abbiamo motivi di dubitarne. Tra l’altro a prova della complessità del nuovo lavoro ci sono le immagini che Lucarelli ha pubblicato sul suo blog carlolucarelli.splinder.com che ritraggono le condizioni del suo studio durante la lavorazione.


*) 4 ottobre 2005: Il senatore Francesco Servello di An ha presentato un'interrogazione parlamentare nei confronti della puntata di Blu Notte dedicata alla violenza degli anni '70. L'esponente di An ha denunciato il carattere tendenzioso della ricostruzione, incompatibile con la funzione di servizio pubblico svolto dalla RAI. Secondo Servello inoltre i commenti e i racconti del conduttore sono apparsi orientati politicamente ed ideologicamente. Il senatore ha chiesto iniziative per accertare le cause che hanno permesso una così grave violazione delle regole del servizio pubblico e per richiamare, secondo quanto previsto dal contratto di servizio, i dirigenti della RAI alle loro responsabilità.

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