Il docufilm è liberamente ispirato al diario di quelle giornate dello stesso Bandinelli intitolato "Il viaggio del Furer in Italia" ed è prodotto e distribuito da Istituto Luce Cinecittà.
Nelle sale a novembre 2016.
Come hanno fatto i napoletani a disfarsi di camorra, monnezza, disoccupazione e corruzione? La risposta è in un finto documentario che narra le avventure tragicomiche di Nicolino Amore che come Zelig o Chance il giardiniere, parte dal nulla ed approda alla fama e al successo per puro caso.
Per quanto parodistico e di fantasia, il mokumentario è confezionato come un documentario vero. Quindi, più classico è, più il gioco sarà divertente e la sua provocazione autorevole.di Ferdinando Carcavallo
di Ferdinando Carcavallo
Più conosco l'opera di Enrico Caria più aumenta la mia stima per questo non prolifico cineasta, ma contemporaneamente aumenta la mia acredine verso una politica distributiva che penalizza i talenti e priva il pubblico della visione di lavori originali e degni di considerazione.
Dopo il sorprendente Blek Giek (2001) e l'ultimo interessantissimo documentario Vedi Napoli e poi muori, ho recuperato l'opera prima di Caria, e non è stato facile (ho dovuto scomodare persone molto in alto).
"17, ovvero l'incredibile e triste storia del cinico Rudy Caino", è un film del 1992 con Giovani Mauriello (ex NCCP) e Peppe Barra, in una delle sue rare e più riuscite trasferte cinematografiche.
Si tratta di un noir fantapolitico ambientato in una Napoli futuristica (2057) in cui il capoluogo campano è l'unica città sopravvissuta ad una guerra mondiale, scampata grazie al suo già alto tasso di inquinamento che ha fatto da baluardo ai veleni delle esplosioni atomiche. Il potere politico è conteso tra il presidente della Napoli bene, arroccata sulla collina di Posillipo, e il malavitoso 'O turco, indiscusso sovrano dei traffici illegali della inquinatissima "Giù Napoli".
L'umorismo nero che pervade l'intero film non scende mai di tono. Come un libro di Stefano Benni, un editoriale di Michele Serra (dei tempi di Cuore) o una elucubrazione satirica dello stesso Caria (guarda il NOPROJECT su Mussolini e il mistero degli Ufo) la trama si sviluppa con ritmo e cadenza di un fumetto (devo citare anche Andrea Pazienza?) in cui non si contano le allegorie, i richiami a personaggi e fatti realmente esistiti (o facilmente riscontrabili) e un pessimismo di base che spiazza e diverte allo stesso tempo.
Il film è concettualmente originale e a tratti geniale e Caria in più occasioni strizza l'occhio sardonicamente a Ridley Scott di Blade Runner e a Luc Besson (agli inizi degli anni '90 erano questi i modelli del cinema di fantascienza) ma anche al nostrano Nanni Loy di "Mi manda picone", per quella abilità e disonvoltura nel calare nella realtà italiana generi e ritmi tipici del cinema d'oltremanica senza inciampare nel provincialismo. Certo, rispetto a quelli citati il film di Caria è un'opera artigianale, per non dire casalinga, in cui i limiti del low low budget si vedono, anche se ampiamente compensati dall'inventiva e dall'entusiasmo di regista e attori.
Se questo film fosse stato distribuito come meritava nel periodo in cui uscì, porbabilmente personaggi come l'agente segreto Rudy Caino, i killer calabresi Santo & Johnny e l'estroso boss 'O turco sarebbero oggi nell'immaginario cinematografico di ognuno di noi. Ma questo film, come gli altri di Caria dei quali solo Blek Giek è disponibile in DVD, fanno parte di quella nutritissima schiera di film belli e invisibili.
Ma qual'è il "problema" di Enrico Caria? Quale caratteristica gli impedisce l'accesso alla grande distribuzione e il conseguente meritato successo?
Fondamentalmente, credo, c'è il fatto che lui "se ne fotta" di ricevere statuette ai festival istituzionali o essere ingaggiato per adattamenti di adolescenziali bestseller.
Caria si avvicina al cinema per una necessità culturale, ogni qual volta il suo estro lo richiede e quando le sue fantasiose idee hanno le caratteristiche del racconto cinematografico. Sicuramente non aspira al jet-set del cinema adulto, e nemmeno ad un poltrona nel salotto nottambulo di Marzullo, ma sicuramente gli farebbe piacere sapere che i suoi film siano visti da più persone.
Vi lascio, comunque, con una buona notizia. Sul sito di Enrico Caria (http://www.enricocaria.it/) è annunciata l'imminente disponibilità in download del film. Attendiamo pazienti. Dovessero esserci novità, contate pure sulla mia tempestiva informazione.
di Ferdinando Carcavallo
di Ferdinando Carcavallo
In contrasto con l'essenzialità dell'edizione con una veste grafica povera e minimalista, il libro di Enrico Caria è molto ricco di contenuto.
E' un romanzo di genere, decisamente noir, e come tale non sfugge agli stereotipi (o meglio li tradisce) del detective scostante e irascibile, della famme fatale che mette le corna allo spietato boss e dei cattivi la cui grottesca ferocia li rende ridicoli. Ma il bello della letteratura di genere sta proprio nel gioco degli autori di riuscire ad inserire elementi nuovi e originali pur rispettando il dogma.
Ma la sfida di Caria era doppia in quanto lo scrittore ha dovuto fare i conti anche con altri stereotipi ormai calcificati, quelli della napoletanità, che al di fuori del contesto letterario chiameremmo "luoghi comuni". Camorra, arte di arrangiarsi, umorismo diffuso, mare, sole e mandolino non mancano in L'uomo che cambiava idea, ma stavolta l'indulgenza dell'autore verso questo universo colorato è davvero ridotta al minimo.
I mali di Napoli sono nelle persone. Tutte. Sia quelli che vivono e vegetano nella delinquenza che quelli che la subiscono e la tollerano sono colpevoli e pedine di un gioco criminoso che non porterà ad altro che alla distruzione della città. Willy Calone è napoletano fuori ma non dentro. Dentro è un turista innamorato del mito della città. Vorrebbe il mare sempre pulito, vorrebbe camminare per tutte le strade ad ogni ora, vorrebbe fraternizzare con i concittadini (anche quelli di importazione) senza dover sospettare di loro. Ma non può farlo, perchè conosce troppo bene la città per illudersi che le cose possano cambiare.
Difficile per un napoletano giudicare questo romanzo in maniera obiettiva. Pur riducendo al minimo l'uso del dialetto (Calone non è il Montalbano del "nord") si respira napoletanità ad ogni pagina, ma bisogna riconoscere che la narrazione di Caria (non è una novità) è sempre originale e ricca di spunti umoristici e metafore originali.
Niente a che vedere con il docu-film Vedi Napoli e poi muori (a parte il pretesto dell'American Cup), L'uomo che cambiava idea è chiaramente scritto pensando ad una versione cinematografica che mi auguro non tardi ad arrivare.
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di Ferdinando Carcavallo
Sinossi: Un giornalista satirico e regista napoletano, emigrato a Roma negli anni ‘80 ai tempi della prima guerra di camorra e del terremoto, colpito dal tanto sbandierato Rinascimento della sua città, decide di ritornare a Napoli, ora addirittura candidata ad ospitare “America’s cup”: la più prestigiosa gara di vela del mondo. Business da un miliardo e mezzo di euro.Ma non fa in tempo a godersi il bel centro storico tirato a nuovo che in periferia scoppia la seconda guerra di camorra…Già, esistono due Napoli: una col mare e una senza.Due lati della stessa medaglia che mostra ora il paradiso ora l’inferno. Il golfo col Vesuvio e il Castel dell’Ovo e le periferie senza panorama e senza speranze. A un certo punto i riflettori sono tutti su Napoli nord: Secondigliano, Melito, Scampia, dove gli unici a vedere il mare in lontananza sono gli elicotteri dei carabinieri che sorvolano impotenti la mattanza in corso. Ma quando la guerra di camorra è finita e i riflettori sono spenti, i clan tornano ad espandersi in santa pace. |
di Ferdinando Carcavallo
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