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01 settembre 2017

Recensione: Dunkirk, di Christopher Nolan ★★★★☆

Un evento storico della Seconda Guerra Mondiale raccontata da tre diversi punti di osservazione.
Abbiamo un giovanissimo soldato inglese che non ha nessuna intenzione di fare la fila per imbarcarsi dalle coste francesi per sfuggire all’avanzata tedesca, un pilota della RAF incaricato di coprire dal cielo le operazioni di imbarco verso la costa Inglese e un civile che si offre volontario nell’ aiutare la Marina nella ritirata con la sua imbarcazione.
Tre punti di osservazione diversi (anche come durata) di una vicenda complessa ma della quale Christopher Nolan decide di mostrarci solo la percezione di chi l’ha vissuta sul posto e nulla ci viene detto delle motivazioni politiche dietro le vicende di quella settimana movimentata.
Non vediamo un Nazista o qualcuno del quartier generale della British Army e se non fosse per le didascalie ad inizio film probabilmente non capiremmo nemmeno cosa stia realmente accadendo. Nolan ci fornisce quelle stesse poche informazioni che avevano soldati e civili intorno Dunkink per poi immergerci in un continuo, altalenante e ricorsivo flusso di eventi.
Nolan non ha voluto fare, quindi, un film storico, piuttosto ancora una volta quello che gli interessa è guidare lo spettatore in una dimensione inusuale, stavolta non fantastica e tantomeno metafisica.
In Dunkirk  è il realismo la chiave con la quale Nolan (regista, autore e sceneggiatore) ci apre le porte di un’esperienza emotiva molto forte. Il realismo sì, ma non crudezza.

Immagini perfette, suoni impressionanti, dialoghi ridotti all’essenziale, musica incessante, montaggio non lineare, tutto contribuisce a trasmettere una tensione continua interrotta soltanto da improvvisi (e un po’ stonati, secondo chi scrive) momenti trionfali di eroismo patriottico che rivela  la natura statunitense della produzione. 

In conclusione, si tratta del buon vecchio Nolan delle scene perfette e che si diverte a mischiare tempi e luoghi (anche se stavolta il motivo non era narrativo), ma (per fortuna?) non il Nolan di Interstellar e Inception che pretende la catarsi dello spettatore.
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28 agosto 2017

Recensione: Cattivissimo Me 3 ★★☆☆☆

La storia di Gru e del suo gemello “strambo” e ricchissimo che vuole riconvertirlo al male (quello vero) è certamente il punto più basso di tutta la saga. Anche il cattivo di turno, il buffo Bratt (ben doppiato, devo dire, da Paolo Ruffini), fanatico degli anni ’80, è qualcosa di già visto, un personaggio molto piatto lontano anni luce sia dal complessato “Vector” del primo capitolo che dal “Diablo” del secondo.
Poco, pochissimo di memorabile in questo film in cui viene concesso molto soprattutto al pubblico dei genitori che accompagnano i figli a cinema con le numerose citazioni musicali e non solo degli anni ’80.

I Minions sono diventati quasi insopportabili, per questo forse il loro ruolo è stato ridimensionato in questo terzo episodio in cui compaiono quasi esclusivamente in piccoli sketches musicali, fatti apposta per diventare video virali a se stanti su internet.
Dimenticabile.
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07 ottobre 2016

Luke Cage è brutto (IMHO).

Premesso che... anzi no, non premetto un bel niente. Passo subito al dunque dicendo che a me la serie Netflix "Luke Cage" non piace per niente. Ma nulla.

Avevo tante aspettative per questa serie, per tre ragioni:
1) Simpatia generale e incondizionata per Netflix,
2) Il personaggio mi era molto piaciuto in Jennifer Jones 
3) I trailer mi avevano fatto pensare ad un blaxploitation super hero pieno di soul music e azione

Invece mi sono ritrovato una serie verbosa, cupa (non black), dal ritmo molto lento, scontato nello sviluppo della trama (l'ex criminale diventato buono che muore quasi subito, il poliziotto bianco è quello corrotto), un utilizzo della blackmusic forzato (il format lo richiedeva) e dialoghi spesso ridondanti.

Il personaggio del cattivo Cottonmouth nelle prime puntate sembrava poter avere in serbo delle interessanti sorprese. Gentile nell'aspetto, colto, melomane ed elegante, sembrava un villain originale, salvo poi entrare nel solito cliché quando ci viene raccontato il suo passato.

Passando poi al protagonista Luke, la cosa peggiore è stato lo spiegone delle origini dei suoi poteri. Una storia che negli albi della Marvel avrà occupato si e no 4 tavole è stata diluita in maniera interminabile nel corso delle prime 5 puntate.

E l'infermiera Claire (Rosario sempresexy Dawson)? Il suo ruolo in Luke Cage è davvero comprimario, anche se molto presente. E' quella che dopo ogni esplosione, crollo di palazzi, sparatorie con proiettili esplosivi, arriva con ovatta e alcol a dire "adesso ti farò un po' male", pulisce un po' di sangue e si rimette da parte.

Ma a parte i dettagli, ho trovato tutto il corso della serie  abbastanza noioso.

Jennifer Jones, per me, resta quindi il prodotto Marvel-Netflix migliore e la cosa strana è che proprio il personaggio di Cage ha contribuito all'ottima riuscita della serie.
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08 settembre 2016

Escobar, memorabile opera prima di Andrea Di Stefano (recensione)

Vi prego, ditemi che sono io distratto e che dal 2014 su internet e sulla stampa specializzata si sta parlando di Andrea Di Stefano e del suo esordio ad Hollywood con un film con Benicio Del Toro.
Ditemi che sono io il solo a non aver saputo che c'è un italiano, che nel suo paese vivacchiava a fare l'attore di fiction, che qualche anno fa se n'è andato negli USA a studiare cinema e che si è fatto produrre un film da lui scritto e diretto con un budget di 40 milioni di dollari.
Ditemi che si è già  dato il giusto spazio ad un professionista del cinema che senza presenziare televisione e web, contando solo sul suo talento (artistico e manageriale) ha realizzato alla grande un film molto bello, complesso e moderno.
E' così vero? Sono io che dormo, lo so.
Ma per fortuna ho recuperato e ho visto "Escobar Paradise Lost" appena in tempo, prima che lo togliessero dalle sale, giusto per caso e solo perché incuriosito dalla presenza di Benicio Del Toro ancora una volta nei panni di un'icona sudamericana.

A parte il patriottismo (che in certi casi, secondo me, è d'obbligo) "Escobar" è effettivamente un film con molti pregi. Non si tratta del solito biopic cucito addosso al divo di turno e nemmeno della docu-fiction con pretese storiografiche. La trama ruota intorno ad una coppia di ragazzi, un canadese e una colombiana, che si ritrovano al centro della guerra tra il narcotrafficante e il governo colombiano, senza riuscire a capire mai se si trovano dalla parte della povera gente per la quale il "santo" Escobar costruisce scuole, ospedali e posti di lavoro oppure da quella di una banda di fuorilegge decisi a conquistare il potere economico del paese usando la violenza e il terrore.
Soluzioni registiche molto interessanti, belle le scene d'azione.
Bravissimo Benicio Del Toro, misurato interprete di un personaggio complesso, che non cede mai all'eccessivo protagonismo, merito anche del regista Andrea Di Stefano che firma un'opera prima memorabile.
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06 settembre 2016

Un paese quasi perfetto, di Massimo Gaudioso (recensione)

Massimo Gaudioso è un personaggio molto interessante del nostro cinema. E' autore delle sceneggiature dei film più belli degli ultimi anni, collaboratore fedele di Garrone (sue le sceneggiatore di tutti i film), Verdone e Luca Miniero, autore televisivo, documentarista e molto presente ovunque si parli di cinema per raccontare la sua esperienza.
Il suo esordio come regista è questo "Un paese quasi perfetto", adattamento di un film francese, con tre splendidi attori come Paone, Silvio Orlando e Buccirosso accompagnati da Miriam Leone, Fabio Volo e una serie di ottimi caratteristici. Tutti professionisti di alto livello in campo, quindi, eppure quello che ne vien fuori è una videobroshure di Pietrapertosa in Basilicata con un pretesto narrativo e uno sforzo creativo davvero trascurabile.
Un vero peccato, perché l'affiatamento dei protagonisti poteva portare a qualcosa di buono.

Gianluca Terragni (Fabio Volo) è un medico condotto costretto a stare d'istanza in un piccolissimo paese Lucano per un mese. Gli abitanti però hanno bisogno di un medico condotto stabile in quanto solo così possono ottenere un finanziamento europeo per l'apertura di una fabbrica che darebbe lavoro a tutto il paese. Così, l'intera popolazione si impegna per rendere la vita del giovane medico perfetta in modo che non voglia più andarsene. Complicazioni, ripensamenti, innamoramenti, nuovi affetti porteranno ad un prevedibile epilogo che accontenta tutti.
Poco più di quanto descritto nelle sequenze del film. Tutto molto piatto, standard e già visto. 
Un trascurabile prodotto da filmcommission che non lascerà il segno nelle carriere di nessuno degli artisti coinvolti. Specialmente in quella di Gaudioso che certamente presto tornerà a fare bene.
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18 luglio 2016

Stranger Things: giocattolone per vecchi nerd (recensione)

Netflix deve aver scoperto il valore commerciale del target "VECCHI NERD" e ha creato un prodotto che più mirato non si può.
In Stranger Things, infatti,  non ci sono solo citazioni alla cinematografica sci-fantasy-horror degli anni '80. La serie dei fratelli Duffler è proprio scritta e prodotta utilizzando tecniche di scrittura e ripresa degli anni '80. Il 4K di Netflix sembra addirittura in certi casi fuori posto, per dire.

Visualmente, per chi ha più di 40 anni, è tutto un deja vu. Ogni inquadratura è riferita a Wes Craven, Spielberg, finanche il De Palma di Carrie e Carpenter (che sembra essere stato assoldato anche per la colonna sonora), tutto molto vintage e con il solito vizio di abbondare la scenografia di elementi solo degli anni '80 come se non fossero esistiti i '70 e i '60. 
E' inevitabile pensare all'operazione di tributo agli '80 di Abrams con "Super 8", e devono averci pensato anche i Duffler visto che in una scena (solo una) ci hanno messo addirittura il difettuccio del lens flare.


Nella scrittura il tutto, storia e sceneggiatura, è un magico e abile miscuglio di storie sci-fi ormai di culto: Gremlins, Nighmare, E.T., Carrie, Alien, La cosa, La casa e Ritorno al futuro, fino riferimenti non cinematografici come Dungeons and Dragons (riferimento principale di tutta la storia), X-men e Tolkien.

Si salta spesso dalla sedia, inevitabilmente, e spesso viene la voglia di alzarsi e incitare i buoni a non essere più buoni nei confronti dei "bastardi della NASA". 

Ottimo il doppiaggio italiano, anch'esso rispettoso dei "nostri" anni '80 con la traduzione censurata del linguaggio degli adolescenti.

Una serie che si va ad aggiungere alla rosa dei grandi colpi di Netflix assieme a "Daredevil" e "Jessica Jones"(personalmente superiore ad entrabmi).

Senza spoilerare, dico solo che il cliffhanger con una nuova stagione c'è, e non necessariamente ambientata ancora negli anni '80...


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22 giugno 2016

23.11.63, di James Franco e J.J.Abrams

Se potessi guarderei tutte le serie, ma non posso. Ne guardo una ogni tanto, la scelgo bene e con calma. Quasi sempre, però, mi capita di sceglierne una prodotta da J.J.Abrams. 
I casi sono due, o 'sto tizio produce il 70% delle serie tv oppure io e lui abbiamo gli stessi gusti. L'ultimo in contro con Geggei l'ho avuto a proposito di 23.11.63, la serie tratta dal romanzo di Stephen King interpretata da James Franco che dirige anche l'episodio 5. 
Inutile stare qua a dire quanto c'è e quanto non c'è nella serie del libro di King (il 70% c'è), quello che sicuramente accomuna le due opere è la dipendenza narrativa con "Ritorno al futuro" di Zemeckis. Nel trattare una storia basata su viaggi nel tempo i modelli sono davvero tanti sia nel cinema che nella letteratura, King però (e anche Abrams) ha deciso di riferirsi quasi esclusivamente al bellissimo film dell'85. 
Lo step temporale che attraversano i personaggi è quasi lo stesso (1985-1955, 2016-1960), così come l'uso del libro delle scommesse sportive come MacGuffin, il concetto delle linee temporali parallele e la tesi di fondo, cioè che la modifica della storia non può mai essere migliorativa.


Ok, ma detto questo (e fatto pure uno spolier da meritarmi mazzate), la serie com'è? 
E' bella, è bella. Si fa guardare ed è avvincente. 
Delle otto puntate, forse, una poteva anche essere omessa, visto che alcuni eventi sui quali la narrazione si sofferma non hanno alcuna conseguenza sullo sviluppo della storia e questo lascia un po' interdetti. 
La recitazione costituisce la cosa migliore (bravissimo Franco ma anche Daniel Webber nella parte di Oswald) mentre nella scrittura si è voluti rimanere lineari e spesso quasi ci si dimentica che si sta ragionando su piani temporali diversi.
Nel libro, infatti, il protagonista compiva più volte il passaggio presente-passato mentre nella serie solo una volta e forse, se si fosse riusciti a riproporre con le immagini quello stesso balletto temporale che King è riuscito a rendere nella scrittura, avremmo avuto una serie di qualità pari al film al quale è debitore. 
James Franco si conferma un professionista del cinema eccezionale anche in veste di regista.

Ferdinando Carcavallo
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01 aprile 2016

Indagine su un mago senza testa, di Enrico Caria (romanzo)

Un investigatore privato ormai ritiratosi dall’attività si trova a inseguire le tracce di uno spietato serial killer che colleziona efferati delitti con matrice mistica. 
Non è la sinossi di un romanzo di Ken Follet e nemmeno la trama di un serial noir di un network americano, ma solo l’apparente filo conduttore del nuovo romanzo di Enrico Caria, il secondo con protagonisti l'investigatore privato Willy Calone e la sua sorprendente e maledetta città. 
Divertente, avvincente e sorprendente, “Indagine su un mago senza testa” è un godibilissimo noir che rispetto all’episodio precedente ("L'uomo che cambiava idea")  appare molto più rigoroso nell'aderenza agli stilemi del genere noir moderno (ogni capitolo ha un efficace gancio con il successivo) anche nell'essere spietatamente politically incorrect: la corruzione delle forze dell'ordine e delle istituzioni della città sono molto più prericolosi della mano che compie i delitti.
Ma l'irriverenza di Caria la si trova anche nella descrizione delle dinamiche e nei riotuali della malavita e a tal proposito non si può non notare che Caria forse è l’ultimo autore napoletano che riesce ancora a raccontare la camorra rimanendo fedele alla realtà ma non per questo risparmiare il tono grottesco. 

Indagine su un mago senza testa (Time Crime)
di Enrico Caria
2016 - Fanucci Editore
ISBN: 978-8866882688
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25 gennaio 2016

Revenant-Redivivo, di Alejandro González Iñárritu

Arrivo tardi a dire la mia su questo filmone di Inarritu. E' stato detto e scritto praticamente tutto quello che penso. 
Le solite cose quindi: film bellissimo tecnicamente che merita statuette a pioggia per tutti gli aspetti tecnici e artistici (regia, montaggio, fotografia, effetti speciali), recitazione di Di Caprio oltre limiti dell'umana sopportazione e grande prestazione anche di Tom Hardy che sembra uscito da un classico western. 
Ma c'e' da dire che ho anche trovato il film pesante e a tratti noioso. 
Quando la scena non ti fa cadere la mascella per lo stupore, ci si annoia un pochino. Colpa della trama non molto originale, oppure della sceneggiatura prevedibile o anche per i dialoghi ridotti al minimo indispensabile (come il premio oscar Tom Hanks in Castaway), fatto sta che alla fine ti restano impresse delle immagini straordinarie, la curiosita' di capire come sia stato possibile girare certe sequenze e il dubbio che Leonardo abbia patito davvero quel freddo bestiale. Insomma, si esce dal cinema un po' con lo stesso entusiasmo di una visita agli Universal Studios o all'ultima attrazione di Disneyland. Ma il film, in fondo, lo dimentichi quasi subito.
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14 gennaio 2016

Quo vado?, con Checco Zalone (recensione)

Ma che volete tutti da Checco Zalone? Anzi, ma che vorremmo mai da Checco Zalone? O meglio, ma che cosa vuole Checco Zalone (o meglio la Medusa) da noi? Dobbiamo gridare al miracolo anche se evidentemente il miracolo non c'é? Non se ne parla.
Il buon Checco non fa altro che i film che può fare un comico che viene dalla televisione, con tanti riferimenti ai temi più popolari e con l'unica pretesa di far ridere il pubblico senza dover necessariamente contare su una cultura appena sopra la sufficienza.
Quei film "leggeri e divertenti", insomma, che da soli non beneficerebbero del passa parola, come succede per i film cult, e che per diventare campioni di incassi non devono avere alcuna concorrenza. E così è stao per " Quo vado?", non giriamoci intorno.
Ormai sembra qualunquista dire che il successo di pubblico di questo film sia dovuto soltanto al fatto che è stato programmato a tappeto nel periodo post natalizio.
E va bene, ma allora qual'é il motivo?
Come mai Zalone al cinema fa più spettatori di quando si esibisce in televisione, dove fa quasi le stesse cose? Anzi, in tv il suo talento viene fuori molto più chiaramente e per giunta gratis.
Non è assolutamente da recriminare una distribuzione cinematografica che cerca di sfruttare al massimo l'afflusso al cinema nel periodo delle feste, per lo più con un prodotto non volgare, ma non bisogna nemmeno fingere di non sapere come vanno le cose e parlare di fenomeno quando di fenomenale c'è davvero poco.
"Quo vado?" è un film qua e là divertente, fedele allo stile del comico pugliese di rappresentare la meschinità dell'Italiano medio in maniera piú grottesca e meno surreale di un Fantozzi, inevitabile riferimento di una satira di costume. Zalone é oggi quello che ieri era Pieraccioni, prima ancora Abbatantuono e Pozzetto.
Comunque, sempre meglio di Siani.
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13 gennaio 2016

The Hateful Eight, di Quentin Tarantino (recensione)

Come Federico Fellini, il buon Quentin Tarantino infila il numero 8 nel titolo del suo attesissimo ottavo film "The hateful eight" e festeggia il traguardo in compagnia degli amici più affezionati. 

Otto sono anche i protagonisti di questa storia ambientata nel selvaggio west che, per ripararsi da una imminente tempesta di neve, si rifugiano in una merceria nelle campagne del Wyoming. Si tratta di due cacciatori di taglie, in compagnia di una donna condannata a morte, un sedicente sceriffo di fresca nomina, un boia, un ex generale di cavalleria e altri due enigmatici personaggi.

Quasi completamente ambientata all'interno di questo rifugio, la storia di "The Hateful eight" si dipana nei lunghi e, come al solito, efficacissimi dialoghi. 

Pochissima azione, quindi, tante parole e molta crudeltà, in puro stile pulp. Verrebbe da dire che si tratta di un Tarantino teatrale, minimalista, ma a ben vedere gli elementi della sua "retorica" ci sono tutti: voce fuori campo, divisione in capitoli, flashback, musicalità del montaggio e tante, tantissime parolacce.

Un film che piacerà molto agli affezionati di Quentin, i quali non mancheranno di ritrovarvi elementi de "Le Iene" e "Jackie Brown", mentre potrebbero restare un po' delusi gli amanti del Tarantino delle grandi storie e dei miscugli di genere, come "Kill Bill" e "Bastardi senza gloria".

Anche se complessivamente siamo di fronte ad un piccolo gioiello, con dialoghi brillanti e attori tutti al massimo livello, c'è da dire che Tarantino non è Polanski, per cui di tanto in tanto la tensione non basta a tenere lontano lo spettro della noia.

L'epilogo, inoltre, non è di quelli che soddisfano appieno le aspettative e il sangue che scorre tra una parolaccia e l'altra è davvero tanto,ma è un film di Tarantino, cazzo! "Non è che vado al concerto dei Metallica e urlo 'Ehi, dite a quegli stronzi di abbassare il volume!'"


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08 febbraio 2015

Birdman

Un film di Alejandro González Iñárritu. 
Con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts, Lindsay Duncan, Merritt Wever, Jeremy Shamos, Bill Camp, Damian Young, Natalie Gold, Joel Garland, Clark Middleton, Anna Hardwick, Dusan Dukic, Carrie Ormond, Kelly Southerland Commedia, 
Durata 119 min.
USA 2014.
20th Century Fox 


I virtuosissmi di regia di Inarritu (i lunghissimi piani sequenza, la camera invisibile allo specchio) e le prove eccezionali di Michael Keaton e di tutti gli altri splendidi attori (Edward Norton, Naomi Watts ed Emma Stone) rendono l'esperienza della visione così realistica che ti sembra davvero di assistere alle scaramucce dietro le quinte fino a provare un certo imbarazzo. Uno di quei film che apprezzi un po' dopo la visione quando nel ripensare alle scene stranamente non ricordi di essere stato seduto a guardare uno schermo, ma a correre per due ore dietro i personaggi per non perderti nessuna sfumatura.
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29 agosto 2014

L'amore è un segno, di Rosario Gallone

L'incomunicabilità non è non avere niente da dirsi ma non averne le capacità. 
Ciro e Margherita si amano ma hanno un problema. Lei è sordomuta, lui è dislessico e sono costretti a tenere un terzo elemento nel loro menage, finché un "segno" non arriva a rendere il loro amore esclusivo. 
Con "L'amore è un segno" Rosario Gallone, critico cinematografico e insegnante di regia alla scuola Pigrecoemme di Napoli, torna a scrivere e dirigere un cortometraggio tutto suo, dopo la web serie "Satanism for dummies" e anni di tutoraggio degli allievi che comunque anche in questo lavoro lo hanno supportato. 
E' un corto molto moderno, ottimamente girato (ci mancherebbe), pieno di citazioni e affettuosi omaggi, pricipalmente Was Anderson per il quale Gallone non nasconde un'autentica passione). Ben recitato, sincero e gradevole, "L'amore è un segno" vi colpirà per la sua natura cinematografica, caratteristica che nel cortometraggio, oggi che il web è il principale veicolo di distribuzione, sì è del tutto persa.
 Al cortometraggio è legato un concorso in cui si può vincere un corso alla scuola Pigrecoemme.

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24 aprile 2014

YouBorn, di Michele Salvezza

di Flavio Ignelzi
Mi reco alla prima di "YouBorn", il nuovo lavoro di M (aka Michele Salvezza), presso il LaBUS (piazza Orsini 1, Benevento). 
È un corto che punta quasi al mediometraggio (mezz'ora abbondante) ed esibisce una disciplina estetica rigidissima: sonoro ma privo di dialoghi (a parte il "Mamma!" urlato ad un certo punto dal pazzo Bruno Pedretti), un bianco e nero dettagliatissimo (a tratti spettrale) merito del direttore della fotografia Luigi Martinucci, una recitazione sopra le righe, evidenziata dai primi piani spesso prolungati. 
La camera fissa permette allo spettatore di entrare nell'atmosfera sospesa di camere da letto retrò che sembrano cristallizzate agli anni settanta, panorami disabitati (le pale eoliche sono una delle poche testimonianze dei tempi moderni), un ospedale deserto. Scopro poi, parlando con M, che in realtà si tratta di una scuola che il comune di Ginestra degli Schiavoni, il paesino del Beneventano in cui si è girato, ha messo a disposizione della troupe. Sullo schermo del LaBUS, nel frattempo, Marcella Braga (sorprendente) è una partoriente che entra in un incubo (con almeno un momento in cui si sfiora l'horror vero e proprio), con il marito (Giorgio Trotta) assente perennemente al posto guida, ma solo della sua R4, il medico (Gianpaolo De Siena) che ci ripensa un attimo prima di incontrare la sua amante (Emi Martignetti). 
Il grottesco domina i toni e i personaggi; ci sono almeno un paio di scene di deflagrante bellezza: il ballo dell'infermiera (Erminia Gullo) con i due degenti davanti alla madonnina, la visita calorosa dei familiari, la bambina e lo sfottò sul peso. 
M ha una visione categorica del cinema e la mette in campo senza mezzi termini. Non è disposto a scendere a compromessi, come già aveva espresso nei suoi precedenti lavori. "YouBorn" pare il punto d'arrivo di un percorso, forse l'estremizzazione del suo pensiero, sperimentale ma al contempo imprescindibile. 
Ancora annichilito dalla crudeltà del finale dico ad M che YouBorn potrebbe essere la Cinico Tv di Ciprì & Maresco presa in prestito da David Lynch. Mi rendo conto della stronzata che ho sparato un secondo dopo che m'è scappata di bocca, ma lui non fa una piega, anzi sorride e accondiscende come se fosse d'accordo. E mi mostra il suo avambraccio: il tatuaggio di Eraserhead. Forse ha ragione lui; forse non ci sarà Salvezza.

Spazio LaBUS 
LabUS è un progetto di “Uscita di Sicurezza”, associazione culturale autonoma e pluralistica avente come obiettivo l’attivazione e la proposizione di laboratori di approfondimento e di ricerca sull'immagine, statica e in movimento, finalizzati alla creazione di un centro di sperimentazione votato alla formazione, alla produzione e alla fornitura di servizi nel settore fotografico, cinematografico, audiovisivo e multimediale. 
Il LabUS agisce secondo una logica tesa a liberare il cinema (e le altre forme espressive) dal giogo del profitto. È per questo che predilige la produzione dal basso, credendo che sia interessante che chi promuova e supporti il progetto ci creda e ne sia il primo fruitore. La distribuzione è libera e con licenza “creative commons”.


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15 gennaio 2013

11 gennaio 2013

28 dicembre 2012

Colpi di fulmine

di Ferdinando Carcavallo
"Colpi di fulmine" è un cinepanettone, un prodotto per gente che va a cinema solo a Natale e nel resto dell'anno va allo stadio, quindi non possiamo aspettarci niente di buono. Questa volta però, vista la formula movie-movie e la presenza di geni assoluti come Lillo & Greg, qualche speranza l'avevamo coltivata. Invece nulla. Non basta qualche parolaccia e culo in meno a trasformare un film spazzatura in una commedia. La commedia degli equivoci tanto cara a Plauto e ad altri prima di lui può essere ancora una formula valida per la comicità, ma a patto che si trovi un modo originale o per lo meno inconsueto di utilizzarla. Di finti preti e finti coatti la storia del cinema ne è piena, anche solo rimanendo nell'ambito del cinema di intrattenimento. In "Colpi di fulmine" si ha la sinistra sensazione che Christian de Sica come attore, quando non esplode pienamente nel vernacolo romanesco, non abbia alcun senso. Riguardo Lillo & Greg, è assodato che non sono degli animali da cinema e che in altri contesti hanno reso, rendono e renderanno molto di più. Uno spot demenziale o un intervista a esticazzi è molto più divertente di tutto il film.
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07 maggio 2012

The Avengers

di Ferdinando Carcavallo
Ho visto due film questa settimana. Uno è "L'arrivo di Wang" dei Manetti Bros e l'altro "The Avengers" di Joss Whedon. Due film diversissimi fin dalle intenzioni ma comunque appartenenti a quel meta-genere fantastico a cui sci-fi d'autore e comics-action inevitabilmente fanno capo.
Del film degli italiani Manetti si e detto tanto a proposito del'esiguità del budget con il quale è stato realizzato: quello che poteva essere un limite è diventato quasi una virtù, o per lo meno punto di attenzione.



Al contrario, per il crossover marvelliano il budget utilizzato è stato di 220 milioni di dollari e ne ha già incassato quasi 700. Cifre al di là della comprensione umana (è pur sempre un film fantastico).
Visti tutti e due i film mi è venuto spontaneo chiedermi se i cachet si fossero invertiti cosa avremmo avuto.
Se  Whedon e la Marvel avessero dovuto realizzare The Avengers con poco più di 500.000 euro cosa ne sarebbe venuto fuori? Quanto ci avrebbero perso in bellezza (perché di questo si tratta) quelle scene d'azione emozionanti ed epiche? E la storia dell'alieno segregato dei Manetti quanto ci avrebbe guadagnato?
Pensandoci un po' sono giunto alla conclusione che The Avengers low cost sarebbe stato un flop, un noioso film di mazzate come i b-movies di Chuck Norris o Van Damme di qualche anno fa, mentre "L'arrivo di Wang" sarebbe stato esattamente quello che è.
E' una questione di soldi? Non proprio.
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27 giugno 2011

Cars 2

di Ferdinando Carcavallo

Per quanto Saetta McQueen fosse l’eroe del primo episodio, Cars era un film corale.
In questo secondo capitolo si ritrovano quasi tutte le auto, tranne Doc e lo sceriffo, ma il protagonista semi-assoluto della storia è Carl Attrezzi, ma già con i CarsToons (Le incredibili storie di Carl Attrezzi) usciti in DVD si era capito che la Pixar puntava su questo personaggio per un eventuale rilancio del marketing. Sì perché Cars 2 è proprio un grande spot per la miriade di gadget (giocattoli, vestiti, videogiochi, oggetti da collezione) che stanno inondando il mercato già da alcuni mesi. Consci di questo, ci si può approcciare alla visione del film e godersi lo spettacolo, ma solo quello.
Dimenticatevi le sottotrame sentimentali del primo Cars, la profondità dei personaggi e le battute indimenticabili. Impostato su una trama di piatto film di spionaggio, Cars 2 è un piatto film di auto che corrorno, anche se una sottotrama ecologista (i eco-carburanti, le energie rinnovabili, l’ostruzionismo delle compagnie petrolifere) c’è ma non mancava nel primo film, e forse anche in maniera più efficace.
Dal punto di vista visuale niente di eccezionale (nel 2D), a parte la ricostruzione delle città europee davvero perfette. Le scene di corsa (tantissime!!!) per le strade di Londra sono eccezionali per il loro realismo, ma quelle sulla pista non hanno niente a che fare con la vertiginosità delle Piston Cup di Cars (ricordate le pietrine sull’asfalto che saltavano al passaggio delle auto?).
Due parole sui doppiatori italiani. Siani (che doppia l’auto da corsa italiana Francesco Bernoulli) all’inizio disorienta per la sua napoletanità eccessiva (non si tratta di cadenza o accento, ma proprio dialetto) ma poi si amalgama bene al contesto. Resta il fatto che un pilota di Formula 1 di Forcella è abbastanza incredibile.
Il cameo della Loren è abbastanza inutile, più azzeccato Franco Nero (Zio Topolino), ottima la Cortellesi, buone le conferme di Messeri (Cricchetto), Manfredi (Saetta), Ferilli (Sally) e le “tre” battute di Della Noce (Guido). Poi ci sarebbe Tiberio Timperi, ma non ci farete caso.
In definitiva, non è un film all’altezza egli ultimi Pixar, ma comunque da vedere per chi ama i personaggi.
Motori poco ruggenti.
Voto negativissimo senz'altro per il cartoon introduttivo con i protagonisti di Toy Story 3. Inutile, superficiale e pure fatto male (proprio così!).

P.S. Il personaggio di Doc Hudson non compare in questo secondo capitolo in quanto “scomparso”, ma c’è un museo in sua memoria. Si tratta di un tenero omaggio a Paul Newman che doppiava Doc nel primo film.
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02 marzo 2011

108.1 FM RADIO (recensione anteprima)

di Ferdinando Carcavallo
Avevamo annunciato qualche settimana fa la nuova produzione di Angelo e Giuseppe Capasso di cui avevamo visto solo il trailer.
Oggi abbiamo avuto l’occasione di vedere il lavoro in anteprima e possiamo dire senz’altro che il corto rispetta le aspettative.
Siamo ancora nel territorio del noir ma sconfinati decisamente nel thriller pricologico.
Un esercizio di stile, quello di “108.1 FM RADIO”, basato sulla tensione e sull’attesa della fine di un gioco che rivelerà chi dei due personaggi è la vittima e chi il carnefice.
Null’altro che non sia stato già anticipato si può dire della trama, se non che rispetto al precedente “Terrible Thruth” la storia è qui molto più semplice e lineare, per cui non troverete scene di azione e i giochi di montaggio che erano stati la carta vincente del primo corto.
Ma se “108.1 FM RADIO” è decisamente un lavoro più “veloce” e semplice nella realizzazione è decisamente più ricco in termini dei livelli interpretativi che offre allo spettatore.
I protagonisti della storia non sono due come può sembrare, ma lo capirete meglio dopo aver visto il corto.
Un deus ex machina muove le fila tessendo il destino dei protagonisti (i bravissimi Dario Biancone e Fabrizio Monaldi) e sin dalla prima inquadratura impone il suo “marchio” quasi a voler fornire in anticipo la chiave di decodifica di tutta la storia. Ogni parola dei dialoghi e ogni piccolo dettaglio fornisce un elemento per arrivare al completamento di un mosaico, anche se qua e là qualche tessera sembra che ce la perdiamo.
In conclusione, un ottimo puzzle narrativo, giocato tutto sui primi piani. Complimenti ancora una volta agli APC brothers.
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