07 marzo 2013
08 gennaio 2010
Giornalisti senza gloria
di Ferdinando Carcavallo
Le prestigiose fonti italiane: lastampa,it, larepubblica.it, AGI, ilfoglio.it, ilmattino.it (Carlo Guidi)
09 dicembre 2009
Bastardi senza gloria
di Ferdinando Carcavallo
No. Non siamo di fronte al capolavoro di Quentin Tarantino, questo però non toglie che "Bastardi senza gloria" sia un vero e proprio trastullo per i sensi di un vecchio e pigro cinefilo che non ha voglia di trovare altrove stimoli e preferisce affidarsi alla premiata ditta Quentin & Co.
Tutti gli elementi Tarantiniani sono espressi al massimo, ma a volte tale "Tarantinità" appare un po' forzata quasi si trattasse dell'opera di un giovane filmaker che vuole omaggiare il regista di "Kill Bill" e "Pulp Fiction".
A partire dalla prima scena Quentin ci porta subito nel pieno del contesto del film, sia per quanto riguarda la storia che lo stile. Una citazione chiara e certificata di "C'era una volta il west" ci dice che questo film sta al genere "War" come quello di Leone stava al "Western". Lo Spaghetti War di Tarantino, contrariamente a quello che si può pensare, non è il risultato della contaminazione di vari generi ma solo la sublimazione del western che muove le sue mosse da dove Leone lo aveva lasciato.
Anche se il film è ambientato in Francia, tutto riporta al Texas o all'Arizona, dalla capanna del contadino francese (che parla americano come nemmeno a Pasadeena!?) al bar/saloon in cui si svolge la sparatoria più cruenta del film. I "Bastardi" non sono altro che dei cow boys giustizieri, dei cacciatori di taglie senza una precisa strategia se non quella di vendicare i compagni e recuparare quanti più scalpi è possibile agli odiati indiani (ma qui si potrebbe anche discutere su un'inversione dei ruoli, magari sono i bastardi gli indiani e i nazisti i colonizzatori).
Tarantiniano è anche il fatto che tutta la storia del film - e quindi tutta la storia moderna visto che si parla dell'esito della II guerra mondiale - ruoti intorno ad un cinematografo nel quale si compirà la vendetta dell'umanità (oltre che degli Ebrei).
Perchè non è il capolavoro di Tarantino (come invece alcuni sostengono)? Perchè stavolta la scelta delle musiche non è stata vincente e emozionante come in "Pulp Fiction" (la vestizione dell'eroina con David Bowie che canta "Putting out fire" sembra l'intrusione di un videoclip), perchè a parte la scena iniziale la tensione non è mai a livelli de "Le Iene" e perchè nonostante i virtuosismi (bellissimi) di macchina non si raggiunge mai la bellezza di "Kill Bill". Questo, ripeto, non toglie che sia un GRANDE film!
04 dicembre 2009
Inglourious Basterds: a Jack Kirby's Graphic Novel
Non si sa bene chi sia l'autore di questi falsi d'autore. Io li ho trovati, tramite l'attento Ignelzi, sul sito http://www.chud.com/ che a sua volta le ha "rubate" al feed twitter di Harry Knowles(http://www.aintcool.com/) e penso che Tarantino abbia goduto non poco nel vederli.
Chissà che non sia una pubblicità virale di una reale prossima pubblicazione a fumetti. In tal caso, siffatte forme di pubblicità mi piacciono.
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28 maggio 2009
Tarantino prepara un film su Berlusconi
Quentin Tarantino: Si?
KZO: So' Ferdinando
QT: Chi?
KZO: Ferdinando...KinemaZOne
QT: Ah, KinemaZOne, ciao. Come stai?
KZO: Bene bene e tu?
QT: Eh, molto stanco. Ma tu dove sei?
KZO: A Napoli.
QT: Dove?
KZO: A Napoli.
QT: Indianapolis?
KZO: Noo. A Napoli, in Italia
QT: Ah, in Italia. Come sta Berluscani? Ah ah ah
KZO: Berlusconi?
QT: Sì lui. Come sta? Io lo adoro, è un gran personaggio
KZO: Mah... insomma.
QT: Un giorno voglio fare un film su di lui...
KZO: Ci manca solo questo
QT: ...come ha fatto il tuo amico con Andreatta.
KZO: Andreotti.
QT: Sì. Una bella storia di mafia, sesso, comicità, ricchezza, televisione. Verrebbe fuori un bel filmone.
KZO: Eh, sì. Al confronto Pulp Fiction sarebbe come...
QT: Come un film di Ron Howard.
KZO: Ecco.
QT: Pensi che Joe Pesci potrebbe fare Berluscani?
KZO: Penso di si. Ma io ti chiamavo per un'altra cosa.
QT: Cosa?
KZO: Qua si parla come prossimo tuo film di Kill Bill 3. E' vero? Dicono un film di animazione.
QT: Sì è vero. Ci pensavo, ma adesso mi è venuta l'idea di Berluscani.
KZO: Berlusconi.
QT: E io che ho detto?
KZO: Hai detto Berluscani come cani. Dogs!
QT: Dogs?
KZO: Dogs!
QT: Grande idea... Lo chiamo così. Italian Dogs!
KZO: E che c'entra?
QT: Ricorda RESERVOIR DOGS (Le Iene n.d.k.)
KZO: Andrebbe meglio Inglorious Dogs.
QT: Vero!!! Bellissimo.
KZO: Allora Kill Bill 3?
QT: Ti devo lasciare ho tre idee su Berluscani da mettere giù. Chiamo subito Joe Pesci.
KZO: Vabbuo'. Ti richiamo tra un paio di giorni.
QT: Ok ok.
KZO: Cià
07 maggio 2009
Inglourious basterds: le locandine
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Queste sono tre delle locandine promozionali di Inglorious Basterds (Bastardi senza gloria), il nuovo film di Quentin Tarantino il cui debutto è previsto per il prossimo festival di Cannes. Da notare la frase che accompagna il film: "C'era una volta nella Francia occupata dai nazisti". Un omaggio al maestro Sergio Leone?
16 febbraio 2009
Inglourious bastards: A me mi piace due per volta
Speriamo di no, sinceramente, ma ci sono voci insistenti sul fatto che anche questa volta il buon Quentin abbia scelto la formula Double Feature per il prossimo attesissimo film. Per i fan di Tarantino questa potrebbe essere una buona notizia, vista l'attesa di cinque anni dall'ultimo "vero" film, ma per i meno radicali doversi recare per ben due volte al cinema a vedere un film di guerra,proprio in un periodo in cui abbondano sugli schermi sia nazisti che marines, potrebbe essere un sacrificio che va al di là delle possibilità fisiche.
11 febbraio 2009
Inglourious Bastards: il trailer
Forse stavolta ci siamo. Possiamo dire con certezza che il prossimo film che vedremo di Quentin Tarantino sarà "Inglorious Basterds", film di guerra di ispirazione italiana - dovrebbe essere il remake de "Quel maledetto treno blindato" di Enzo G. Castellari) - annunciato già dal 2006, prima di Grindhouse.
Tra i tanti attori annunciati in questi anni, alla fine i nomi confermati e già all'opera - come dalle foto del set su IMDB - sono quelli di Brad Pitt, Mike Myers, Eli Roth, Nastassja Kinski e un cameo del già citato regista italiano Enzo G. Castellari.04 luglio 2008
Il divo
di Ferdinando Carcavallo
07 ottobre 2007
Grindhouse - Death proof (A prova di morte)
di Ferdinando Carcavallo
Esce nelle sale italiane il capitolo di Rodriguez di Grindhouse (Planet terror) quando in contemporanea arriva il Dvd del capitolo tarantiniano in una edizione doppia ricca di extra che farà gola ai fan statunitensi, per i quali esiste solo la versione unica con i due capitoli tagliati.
Ho aspettato fino ad ora di vedere Death proof (non per mia volontà) e la mia attesa è stata premiata.
Death proof è a tutti gli effetti il quinto film di Quentin Tarantino. Ridotte al minimo indispensabile le "tamarrate" digitali per invecchiare la pellicola (graffi, tagli improvvisi, audio fuori sincrono) che tanto mi avevano fatto insospettire nel trailer, il film è la perfetta continuazione di Kill Bill.
Auto-citazionismo (nel senso che cita se stesso e i film automobilistici), exploitation e gusto del vintage sono dosati ad arte e ben si sposano con le componenti tarantiniane. La logorrea e il turpiloquio prendono qui un sapore particolare. Le (splendide) ragazze del film sono particolarmente sboccate ma nei fatti hanno un approccio al sesso abbastanza pudico, per non dire bigotto. Si chiudono in macchina con i ragazzi per darsi "sei minuti di baci", raccontano di baci-da-dietro fenomenali e praticano l'astinenza per tenersi stretti i fidanzati. Probabilmente questo contrasto linguaggio-fatti è una parodia della censura tipica dei film del Grindhouse vero, dove si dicevano parolacce, si mostrava violenza e donne in abiti succinti ma sul piano sesso si rimaneva sempre sull'allegoria.
Nel complesso il film è tecnicamente sbaloditivo. Le sequenze degli inseguimenti in auto e degli scontri sono adrenaliniche più degli ingegneristici "Fast and Fourious" e le attrici sono tutte adorabili (compresa la spilungona Zoe alla quale nel Dvd è dedicato un bel capitolo tra gli extra).
Quando il film uscì nelle sale italiane si accese una bella polemica riguardo alla scelta tutta europea di dividere i due capitoli in due film separati inserendo scene tagliate nella versione uscita in USA. Alla fine dei conti, almeno per Death Proof, non credo che la cosa abbia fatto male. Non mi sembra di aver notato nessuna scena superflua.
Un film tarantiniano al 100%.
29 giugno 2007
Kill Bill 3 e 4
Ne dà notizia il produttore esecutivo Bennett Walsh, che specifica che nel terzo episodio Black Mamba dovrà vedersela con la vendetta di due personaggi visti nei primi episodi con i quali la Sposa è in debito di un braccio (Sophie/Julie Dreyfus) e un occhio (Elle/Daryl Hannah). Nel quarto episodio sarà ancora la vendetta protagonista, stavolta delle figlie dei killer uccisi da Beatrix.
Il sito Moviehole, che ha dato la notizia per primo negli USA, raccomanda però i fan di non entusiasmarsi troppo presto, visto che Quentin impiega solitamente circa cinque anni nella realizzazione di un film e che prima di questi sequel in cantiere c'è già "Inglorious Bastards".
30 maggio 2007
Tarantino contro il cinema italiano. Ma quale?
di Ferdinando Carcavallo
Fa' un po' male sentirselo dire da uno come Quentin Tarantino, ma in fondo tra noi (Italiani) ce lo diciamo continuamente, e ciò non significa che sia del tutto esatto.
Sto parlando delle dichiarazioni Cannensi (di Cannes) del regista americano che nei giorni scorsi ha definito il cinema italiano di oggi deprimente e povero di idee. Ha accusato i nostri cineasti (registi, produttori, sceneggiatori) di raccontare sempre le solite storie di adolescenti in crescita, di problemi di coppia e "vacanze per minorati mentali". Una critica dura che viene da un conoscitore e appassionato di cinema italiano degli anni '60 e '70 con una certa predilezione per il cosiddetto cinema di "serie B", o meglio "non autoriale". Tarantino ha in progetto da tempo il remake di un film di Enzo G. Castellari ("Quel maledetto trenno blindato") e spesso, da Pulp Fiction in poi, ha omagiato con più o meno esplicite citazioni registi come Lucio Fulci, Mario Bava e altri appartenenti a quella sorta di artigianato del cinema che sicuramente non trova una linea di continuità in quel cinema che oggi pare disprezzare tanto.
Se volessimo dare dei nomi ai riferimenti di Tarantino nelle sue dichiarazioni potremmo riconoscere negli "adolescenti in crescita" i film di Fausto Brizzi, nelle coppie in crisi sicuramente ci vedremmo Veronesi e Muccino mentre i minorati mentali in vacanza (con tutto il rispetto) non possono essere altri che Boldi e (Christian) De Sica dei cinepanettodi di Parenti e Vanzina.
Beh, caro Quentin (sappiamo che ci leggi con una certa assiduità...), non è in questi autori che devi cercare il nuovo cinema italiano. Sicuramente non ti mancano i mezzi per conoscere registi meno industriali come Paolo Virzì, Soldini, Sorrentino, Crialese o Luchetti (quest'ultimo anche fortunato al botteghino).
Ci piacerebbe che tu ampliassi la tua critica anche a questo cinema italiano (quello vero). Probabilmente confermeresti quello che hai già detto, ma a noi non resterebbe il dubbio di un'opinione troppo superficiale.
15 maggio 2007
Intervista ai Manetti Bros.
di Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi
Era da un po’ che KinemaZOne desiderava scambiare due chiacchiere con i Manetti Bros, cineasti tra i più interessanti della “nuova” scena romana. Perché realizzano ciò che piace loro (che sia cinema, video o fiction) e perché dicono ciò che pensano, con cinismo ragionato e saggio. Di chi ne ha già fatte e viste tante. Ferdinando Carcavallo e Flavio Ignelzi hanno raggiunto Antonio Manetti in pieno orario di pranzo, ma il disponibile regista capitolino non si è certo tirato indietro, neanche con la bocca piena...
Voi nascete e lavorate soprattutto come registi di videoclip (Britti, Neffa, Tiromancino...) e ultimamente avete lavorato molto con Lucarelli e gli altri scrittori della serie Crimini. Vi sentite più a vostro agio nell'adattare un racconto o nel dare immagini ad un brano musicale?
Abbiamo fatto più di cento video musicali, ma non ci consideriamo dei registi di videoclip. Dobbiamo moltissimo al video musicale visto che il nostro nome è diventato famoso per quello, ma per rispondere alla vostra domanda noi abbiamo sempre fatto dei video piuttosto narrativi perché altrimenti ci sentiamo fuori luogo. Ci sono tanti registi di videoclip o di pubblicità che con l’immagine sono molto più bravi di noi, mentre il nostro obiettivo è quello di raccontare una storia. Per questo non siamo mai stati chiamati dalle case discografiche, ma direttamente dai musicisti, grazie ad un rapporto preesistente. Di solito i registi di videoclip hanno rapporti continuativi con le case discografiche e lavorano quasi in serie. La casa discografica è sempre stata nei nostri confronti abbastanza diffidente, per paura o riverenza, non saprei.I primi soldi li avete guadagnati col cinema o con i videoclip?
Di video musicali ne abbiamo dovuto fare parecchi prima di guadagnare qualcosa. Il primo contratto vero fu per il film "Torino Boys" realizzato per la Rai (1997). L’occasione nacque grazie a Marco Bellocchio che insieme alla Film Albatros produceva per la Rai una collezione di film sull’argomento extracomunitari in Italia ("Un altro paese nei miei occhi"). Mio fratello Marco aveva lavorato con Bellocchio come aiuto regista (ne "Il principe di Homburg") e il figlio Giorgio, nostro amico, sapeva che, oltre ad essere registi, eravamo molto amici della comunità nigeriana di Roma. Quindi ci chiese di scrivere un soggetto, che piacque molto e così il progetto andò in porto. Fummo pagati poco, ma fu una bellissima esperienza. Così la Rai cominciò a chiamarci anche per altre cose.
E da lì che nacque la collaborazione con la Rai per Stracult?
Per "Stracult" fu il video di "Supercafone" (Piotta) a farci notare da Marco Giusti. Mentre facevamo Stracult eravamo già impegnati con "Zora"…Per "Zora la vampira" (2000) fu determinante l’incontro con Carlo Verdone...
L’occasione nacque per un video per Alex Britti. Noi avevamo lavorato con Britti già con il videoclip di “Mi piaci” e in quel periodo Alex voleva far dirigere un nuovo video a Carlo Verdone. Verdone scrisse l’idea del video, ma quando mise mano alla parte produttiva, essendo abituato al cinema dove la gestione dei costi è del tutto differente, si rese conto che non era per lui e chiese a Britti di coinvolgerci per la parte più operativa. Così lo incontrammo e in quell’occasione ci chiese un’idea per un film perché aveva voglia di fare il produttore. Noi avevamo già l’idea di "Zora" quasi pronta e gliene parlammo. Gli piacque moltissimo e volle produrlo. Fu la nostra prima e unica grossa produzione.
Grossa produzione come budget, ma poi cinque anni dopo vi siete convertiti al “miracle budget” di "Piano 17".
Noi non l’abbiamo mai definito "miracle budget". E’ stata una definizione affibbiata al festival di Berlino, dove fummo invitati proprio a testimoniare l’esperienza di un film a basso costo. Noi pensiamo che non ci sia un miracolo nel produrre un film a basso costo, ma solo la volontà di farlo. "Piano 17" sarà costato quanto un giorno di riprese di "Zora", per fare un paragone.
Grazie al digitale?
Non direi proprio, su questo siamo abbastanza estremi. Non è l’uso del digitale ad abbassare i costi. E’ vero che la pellicola ha un suo costo, ma é una minima percentuale nei costi complessivi di un film. I costi del cinema italiano sono folli per altre ragioni. La situazione dati alla mano è sconvolgente. Oltre quei 2 o 3 film all’anno i cui incassi superano gli investimenti (quest’anno magari sono stati 5 o 6) per il resto è tutto a perdere. E’ necessario abbassare i prezzi di produzione, e questo significa pagare di meno gli attori e non considerare il cinema un lusso. In America il cinema può essere un lusso, ma da noi no, non possiamo portare sul set camion e roulotte come se niente fosse.Come siete riusciti a fare un film con 70.000 euro?
Giampaolo Morelli ebbe l'idea di tre personaggi chiusi in un ascensore, poi insieme a lui e Anatole Fuksas abbiamo fuso l'idea con una nostra vecchia storia così decidemmo di realizzare un film senza nemmeno pensare ad una distribuzione, ma per tenerlo per noi. Il film è costato pochissimo perché non abbiamo pagato nessuno (né attori né troupe), ma secondo i nostri calcoli un buon film in digitale si può fare con 300 mila euro, che al massimo diventano 600 mila su pellicola.
Ma il digitale, permettendo un risparmio di produzione, riduce anche la soglia che c’è tra dilettantismo e professionismo, rischiando di portare ad un proliferare di video, cortometraggi e mediometraggi realizzati con pochi mezzi. Non si rischia così un’inflazione del panorama del cinema giovane?
Ben venga! E’ da tanti anni che si dice che il cinema italiano è in crisi, ma gli spettatori che vogliono vedere cose diverse ci sono, quindi se arriva un altro tipo di cinema, un sottobosco di film coraggiosi, c’è tutto da guadagnare e nella quantità qualcosa di buono deve venir fuori.
Tornando a voi, "Piano 17" è un film di genere, ma del tutto diverso da "Zora la Vampira" (2000), nel quale la componente horror era predominante. Nonostante questa inversione di tendenza, avete continuato a occuparvi di horror producendo "L''Armadio" (2002) e "Il bosco fuori" (2006) di Albanesi.
L’horror è stato (ed è ancora) il nostro genere preferito. I nostri film preferiti sono da ricercarsi nei primi lavori di Peter Jackson, di Wes Craven, di John Carpenter. Ma non so perché, non ci viene più di farlo. Preferiamo produrlo. "Zora", in effetti, aveva delle componenti horror, ma non abbastanza secondo noi, e forse questo è stato un errore.
Come mai l'horror, che in tutto il mondo è un genere in ripresa, in Italia è sempre underground? Lamberto Bava, Albanesi, Infascelli, Soavi e lo stesso Argento sono relegati alla distribuzione in DVD.
E’ una situazione anomala. Negli anni 70 in Italia è stato il genere che ha rivoluzionato il cinema. Bava e Argento sono stati autori veri. Il fatto che perfino uno come Dario Argento negli anni ha cambiato la sua sensibilità è indicativo di una decadenza. Ma il discorso non riguarda solo l’horror. E’ il cinema di genere che in Italia non va, come il poliziesco. Lo stesso "Romanzo Criminale" di Placido, che è stato indicato come un ritorno al poliziesco, può essere considerato un noir- politico ma non un film di genere. Tra l’altro l’horror non è un genere costoso. Carpenter ha dato il meglio di se all’inizio, con i budget più bassi.La vostra passione per il cinema di genere vi ha spesso procurato l’etichetta di “tarantiniani”. Vi sentite abbastanza pulp?
Ma quella dei “tarantiniani” è un etichetta che ci portiamo dietro dai tempi di "Torino boys", che in verità era una commedia che con il pulp non aveva niente a che fare. Adoriamo Tarantino, ma consideriamo "Jackie Brown" il suo film migliore, che in fondo è proprio il meno pulp. La verità è che con Tarantino abbiamo molte affinità sul piano culturale e per gusti. La blackploitation che abbiamo messo in "Zora" (che è ispirato a "Blacula" di William Crain) nasce dalla passione per la blackpoitation americana degli anni ’70, che è la stessa che ha ispirato Tarantino.
Per rilanciare il cinema di genere, Rodriguez e Tarantino si sono inventati il revisionismo del "Grindhouse". Avete mai pensato a qualcosa di analogo per l’Italia, una sorta di "Pidocchietto" ispirato a poliziotteschi e horror degli anni ’70?
L’idea del "Grindhouse" ci piace e in passato è venuta anche a noi. Un paio d’anni fa abbiamo incontrato Enzo G. Castellari e Umberto Lenzi i quali ci dissero di vedere in noi degli artigiani del cinema come loro e con loro progettammo un film a episodi ispirati al poliziesco italiano, ma poi non se ne è fatto nulla.Qualcosa però l’avete fatta con "Coliandro". E’ facile riconoscere elementi del poliziesco italiano....
Sì, "Coliandro" è abbastanza di genere, ma lo considereremmo più un super-genere. Lucarelli ci ha messo un po’ di tutto, e in questo possiamo considerarlo un pulp. Ma non proviene da noi. E’ pulp Lucarelli. Le storie che scrive ti fanno venire voglia di girarle.
Con Lucarelli c’è un rapporto speciale?
Abbiamo trovato con lui un modo di lavorare molto particolare, cercando di rispettarlo, capendo il suo punto di vista, mettendoci del nostro, ma sempre restando fedeli alla sua idea. Lo stesso abbiamo fatto con gli altri autori con i quali abbiamo lavorato per la serie "Crimini", come De Cataldo. E un po’ meno con Carlotto, perché Carlotto non si vede. Forse non esiste.
Un’altra vostra grande passione sono i fumetti. Su KinemaZOne, un po’ di tempo fa, si discuteva sull’infelice connubio in Italia tra cinema e fumetti (a parte il Diabolik di Bava). Avete mai pensato di portare sullo schermo un fumetto italiano?
Ci piacerebbe molto, ma abbiamo constatato che uno dei motivi per cui i fumetti italiani non sono mai stati portati al cinema è che non sono ambientati in Italia. Uno dei nostri sogni è quello di fare Alan Ford. Ne abbiamo parlato spesso, ma si dovrebbe realizzare in America, con attori americani e quindi prima di tutto un grosso impegno di budget, rischiando poi di far venir fuori qualcosa di diverso da quello che il fumetto è. Cosa più fattibile sarebbe fare un Diabolik. Il personaggio è eccezionale e l’ambientazione delle storie possiede un potenziale visivo altissimo. Con tutte quelle scogliere e quelle case pazzesche... ci piacerebbe tantissimo.
So che i francesi l’hanno opzionato, ma sembra che siano un po’ fermi. Sarebbe un’ottima occasione per noi realizzare un film che sia contemporaneamente a modo nostro e aperto ad un grande pubblico.
Oggi su cosa state lavorando?
Stiamo leggendo le sceneggiature appena arrivate di "Coliandro 2", che gireremo a fine estate a Bologna.
La Rai è rimasta molto contenta della prima serie, nonostante la brutta collocazione nel mese di agosto, da imputare più a una mancanza di fiducia di Raidue. Alla fine Raidue ha fatto un alto audience tanto che si è scusata con Rai Fiction per non averci creduto fin dall’inizio. Quindi si spera che la programmazione della seconda serie (4 episodi) sarà migliore.
E il cinema?
Beh, con lentezza. Sono passati sei anni da "Zora" a "Piano 17", ma speriamo non passino altrettanti per il prossimo. Fare cinema è un’esperienza bellissima, ma faticosa. Il fatto è che non siamo disposti a scendere a compromessi.
L’unico cruccio di "Piano 17" è che nonostante il successo non è riuscito a fare proseliti. Noi speravamo potesse servire da esempio per smuovere un po’ altri autori a impegnarsi nella realizzazione di film di genere, ma non è stato così.
25 febbraio 2007
Grind & House
Credevo fosse una di quelle fesserie messe in giro tanto per parlare, mentre invece sembra proprio che il Double Feature firmato Tarantino e Rodriguez uscirà in Italia (Europa?) diviso in due film e in tempi diversi. Un po’ come la scissione della coppia Boldi e De Sica che è servita a raddoppiare (quasi) i biglietti venduti, questa separazione degli episodi di GrindHouse è operata unicamente per attirare più gente al cinema. Ovviamente esiste una versione dei fatti ufficiale che pone le sue basi sul fatto che gli spettatori italiani siano deficienti, ossia che non essendo noi avezzi agli spettacoli cinematografici doppi rischiamo di “non capire” lo spirito del film. Come se in Italia non avessimo idea di quello che succede nel resto del mondo. Inoltre c’è da dire che se anche non abbiamo avuto i Grindhouse (è stato proprio un male?) abbiamo comunque una tradizione di film a episodi che parte dagli anni ’50 fino ad arrivare agli ’80 con Montesano, Celentano e Pozzetto, oltre che una produzione di b-movies talmente vasta da essere tra le principali fornitrici proprio dei grindhouse americani. Ma l’occasione per i distributori e per la produzione è troppo ghiotta. I due film per uscire separatamente dovranno essere allungati, e quindi l’episodio di Rodriguez sarà infarcito di scene tagliate che in USA non vedranno fino all’uscita del DVD mentre per quello di Tarantino credo si ricorrerà ad allungare i famosi finti trailer che nel progetto originario dovevano intervallare i due film. Almeno pare che i titoli Death proof e Planet terror non saranno tradotti.
17 febbraio 2007
6 aprile 07: Grindhouse Day
Speriamo bene, io ne ho già abbastanza. Meno male che manca poco. Negli USA esce il 6 aprile, da noi non molto dopo. L'ultimo trailer in HD è su Yahoo. |
24 dicembre 2006
Grindhouse: nuovi trailers
Di tutte le voci circolate sul nuovo film di Tarantino e Rodriguez, pare che solo quella sulla presenza di Kurt Russel fosse veritiera, anche se per un attimo nel secondo trailer mi è sembrato di intravedere Bruce Willis. Personalmente un altro dubbio è svelato, ossia quello sulla pronuncia del 'graindaus'.
07 agosto 2006
24 luglio 2006
Prove di morte per Kurt Russel (Grindhouse update)
L'ultima notizia era la firma del contratto della cantante Fergie scelta come Scream Queen dalla coppia Tarantino & Rodriguez.
In questi giorni invece è stato reso noto dallo tesso Tarantino il nome del protagonista del suo episodio "Death Proof". Si tratta di Kurt Russel, già star del cinema di genere degli anni '80, attore feticcio di John Carpenter e celebre per essere stato il mitico Iena Plissken in 1997-Fuga da New York e recentemente rispolverato con Sky High.
Un po' più incerto è la notizia sulla data di uscita, si parla del 6 aprile 2007 per gli USA, ma a quanto pare Quentin non ha ancora iniziato le riprese.
Grindhouse, Quentin Tarantino, Robert Rodriguez, Kurt Russel, Death Proof
25 settembre 2005
Tarantino: Grindhouse
Nessuna smentita per il momento sulla realizzazione di Inglorious Bastards annunciato dalla Miramax per il 2006 e il cui cast, già abbastanza prestigioso, si andrebbe ad arricchire ulteriormente con il redivivo Eddie Murphy.
01 luglio 2005
Kill
di Ferdinando Carcavallo
Beh, devo confessare che visto il clamore e l’interesse suscitato (ai rumors ha contribuito sebbene modestissimamente anche il sottoscritto), mi aspettavo di più da Kill?. Non direi nemmeno tanto di più. Mi aspettavo qualcosa. La trama, per quanto non originale, avrebbe potuto essere comunque un pretesto per una storia divertente e intrigante, magari anche un po’ scomoda. Avrebbe potuto sì, ma in mano ad uno scrittore, e non in mano ad un uomo di scienze col vezzo della narrativa. Confesso, non ho letto altri romanzi di Roberto Vacca, ma conosco i suoi scritti divulgativi di ingegneria informatica (siamo colleghi…) e probabilmente è una di quelle figure che mi hanno convinto alla virata dagli studi classici a quelli scientifici. Non sapevo nemmeno del suo interesse per la politica e mi ha fatto piacere constatare quanto fossimo allineati anche su questo tema. Però devo a malincuore constatare che il “romanzo di fantapolitica” del professor Vacca delude i lettori un po’ avvezzi a tecniche e atmosfere di questo genere.
Di fantapolitica non c’è molto, se non che il fatto storico dal quale prende spunto è inventato. Ma questo non basta a proiettare un lettore in un contesto politico alternativo, irreale ma possibile. Se devo pensare ad un romanzo di fantapolitica mi viene in mente Fatherland – 1984 di Orwell o V for Vendetta di Alan Moore - , in cui un presente alternativo è un pretesto per riflettere sui pericoli dell’autoritarismo nell’era moderna.
Diciamo la verità, se il politico vittima dell’attentato non si chiamasse Silvio Berlusconi il romanzo non avrebbe nessun interesse. Infatti, l’unico motivo per il quale non ho abbandonato la lettura prima della fine è stato perché mi aspettavo da un momento all’altro una rivelazione, una denuncia o semplicemente una teoria di Vacca sul futuro del paese. Il romanzo di Vacca non solo non arriva a tanto ma è permeato da un qualunquismo antiberlusconiano al quale ci siamo talmente abituati che cominciamo a non crederci nemmeno più. Quasi quasi il “portatore nano di democrazia“ comincia a farci tenerezza per la sua goffagine, quasi come la maschera Fantozzi. E’ il momento di cambiare strategia, professore.







